Posted On: August 6th 2026, 03:39 pm
Non esiste un momento della mia vita in cui ho capito di amare l’artista Guccini. Francesco Guccini nella mia vita c’è sempre stato, prima che io realizzassi di amarlo. Guccini prima di Guccini.
Nella musica ascoltata da bambina a casa dello zio di Pavana, che con lui aveva trascorso infanzia e giovinezza; nelle canzoni accompagnate con la chitarra negli anni da scout (In morte di S.F. e Il vecchio e il bambino su tutte); negli anni del liceo, musicassette in auto, serate alcoliche e un’intervista gentile concessa in una stanza del Palazzo comunale di Pistoia ad un mio caro amico che allora scriveva per un giornale locale (un grigio pomeriggio giurerei invernale, di cui mi resta il gusto a quasi quarant’anni di distanza); un amico di mio padre che si scandalizza quando dopocena faccio partire a tutto volume L’avvelenata; un concerto al palazzetto di Pistoia, la foresta di pugni alzati sul finale de La locomotiva (che groppo alla gola, cuore mio: dove siete tutti, adesso?); io che “regalo” il numero di telefono di casa del Maestro ad un mio amico romano pazzo di lui; il cancellone chiuso quando lui è a Bologna, aperto quando è “a casa”; Il vecchio e il bambino come ninna nanna a mia figlia; i tanti incontri alla “sua” osteria a Pavana, i saluti a distanza, deferenti e mai abbastanza riconoscenti.
Non saprei dividere la mia vita dalla sua musica. O smettere di sorprendermi ad ascoltare i testi. Non pensare a quanto la me di adesso dipenda dai contenuti su cui il Maestro mi ha spinto a porre l’attenzione, a documentarmi (in un’epoca in cui non era possibile googlare), a non dimenticare.
Qualcuno mi ha detto che il tempo di Guccini era finito da un po’. Ma ciò semplicemente non può accadere: come possiamo dire al cuore di smettere di battere proprio da quel lato, di tremare ogni volta alla cadenza di un accento dell’Appennino emiliano? Sarebbe come smettere di gioire al primo vento fresco di ogni autunno. Come guardare il cielo senza ringraziare: il nostro incedere di stanze caffè paure giorni, il vino rosso e le canzoni alla chitarra, la fortuna di averlo incontrato, anche nel dolore di doverlo salutare per sempre.