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The Lovers: The Great Wall Walk è stata l’ultima celebre performance congiunta di Marina Abramović e Ulay, realizzata nel 1988.

I due artisti percorsero la Grande Muraglia Cinese partendo da due estremità opposte: Abramović da oriente, Ulay da occidente. Ognuno camminò per circa 2.500 chilometri, attraversando il percorso in solitudine per quasi tre mesi, per poi incontrarsi a metà. Dopo dodici anni di vita e lavoro condivisi, si dissero definitivamente addio.

E forse è proprio qui che The Lovers incontra una storia lontanissima.

Il 28 maggio 2017, Totti giocò la sua ultima partita con la Roma, la 786ª con la maglia giallorossa. Dopo la vittoria contro il Genoa, all’Olimpico, arrivò il momento dei saluti.
Totti aveva attraversato quel campo centinaia di volte. Quel giorno, però, quel gesto assunse un significato diverso perché era l’ultima volta. 
Nel suo discorso, Totti disse: «Mi levo la maglia per l’ultima volta» e, poco dopo, avrebbe lasciato il campo.

È questo forse che accomuna due storie così lontane.

Gesti semplici, quasi banali, ma quando sappiamo che non potranno essere ripetuti, cambia il modo in cui li guardiamo. Il gesto non è straordinario. È la sua irripetibilità a renderlo tale.

Tra il 1976 e il 1988, Abramović e Ulay avevano trasformato la loro relazione sentimentale e artistica in un’unica pratica, mettendo continuamente in discussione i confini tra arte e vita. The Lovers rappresentò la conclusione del duo The Other.

C’è però qualcosa di particolare nel modo in cui scelsero di concludere la loro storia. 
Il loro primo incontro era avvenuto a Praga, scelta simbolicamente come punto intermedio tra Belgrado e Berlino, le città da cui provenivano.
Dodici anni dopo, scelsero ancora una volta un percorso verso un punto d’incontro. Solo che questa volta quel punto non segnava un inizio. Segnava una fine.

Non serve un gesto straordinario.
Serve un gesto che, davanti a qualcuno che guarda, acquisti un significato diverso.

La performance non è soltanto ciò che accade. 
È anche la consapevolezza che, una volta accaduto, non potrà più accadere nello stesso modo. 
#performanceart #marinaabramović #ulay #thelovers by @aurora.profetti
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7 days ago
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Ma può un corpo diventare uno strumento per disegnare?

In Up to and Including Her Limits (1973–76), Carolee Schneemann trasforma il proprio corpo in uno strumento per disegnare. 

Completamente nuda e sospesa a una fune tramite un’imbracatura, l’artista si lascia guidare dalla gravità e dai movimenti spontanei del corpo. Tenendo in mano pastelli o gessetti, traccia segni sulle pareti e sul pavimento, trasformando ogni movimento in una traccia visibile. 

Il corpo diventa così parte integrante dell’opera: non è più soltanto qualcosa da rappresentare o da osservare, ma uno strumento creativo che occupa lo spazio e produce il disegno. 

Le tracce che rimangono sono la memoria fisica della performance e mettono in discussione il confine tra pittura e azione performativa.

#performanceart #uptoandincludingherlimits #caroleeschneemann by @aurora.profetti
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8 days ago
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summer melting pot🧑🏽‍🩰 taken in Lucca, Italy by @aurora.profetti
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11 days ago
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ma un artista cos’è disposto a fare per un’opera d’arte? 

Dal 4 luglio 1983 al 4 luglio 1984 Tehching Hsieh e Linda Montano rimasero legati da una corda lunga circa 2,4 metri (8 piedi) legata intorno alla vita.
Non potevano toccarsi in alcun modo e dovevano trovarsi sempre nella stessa stanza quando erano al chiuso.
Entrambi mantennero il celibato per l’intera durata dell’anno.

La performance metteva in discussione temi quali la limitazione della libertà individuale, la prossimità imposta e il rapporto tra esperienza artistica e vita quotidiana. 

Hsieh e Montano attribuivano all’azione significati differenti: per Montano rappresentava soprattutto un percorso di consapevolezza, mentre per Hsieh costituiva una prova di disciplina e capacità di sopportazione.

Corpi all’opera
Episodio 4
Tehching Hsieh, Rope Piece, One Year Performance, 1983-1984

#performanceart #tehchinghsiehoneyearperformance #lindamontano by @aurora.profetti
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14 days ago
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Solitamente esiste una distanza fra coloro che agiscono e coloro che guardano.
Yoko Ono, il 20 luglio 1964, alla Yamaichi Hall di Kyoto, decide di rompere questa equazione.

In Cut Piece, si siede immobile sul palco, mette un paio di forbici davanti a sé e invita gli spettatori, uno alla volta, a salire sul palco e a tagliare un pezzo dei suoi abiti.
Il corpo dell’artista diventa così il luogo in cui lo spettatore è chiamato ad agire.

Il 25 gennaio 1995 allo Selhurst Park accade l’opposto.

Eric Cantona viene espulso durante Crystal Palace–Manchester United.
Mentre percorre la fascia verso gli spogliatoi, un tifoso lo provoca dalla tribuna.
Cantona scavalca la barriera, entra nello spazio del pubblico e lo colpisce con un calcio volante, seguito da alcuni pugni.
La distanza fra campo e tribuna dovrebbe essere inviolabile, ma Cantona l’attraversa.
I tifosi non sono stati invitati a partecipare, ma improvvisamente non sono più soltanto spettatori: diventano parte dell’azione.

In Cut Piece, la rottura della distanza è un invito, e Yoko Ono decide di cedere il controllo di ciò che sarebbe accaduto.
L’artista costruisce una situazione nella quale lo spettatore deve decidere se diventare parte dell’azione.
Adesso la domanda non è più: “Cosa sta facendo l’artista?”
ma: “Cosa sono disposto a fare io?”.

Il pubblico diventa co-autore della performance e, contemporaneamente, viene messo davanti alla propria responsabilità: “Cosa accade quando ci viene dato potere sul corpo di qualcun altro?”.
All’inizio gli spettatori sono timidi ed esitano, poi i tagli diventano più aggressivi, svelando la natura voyeuristica e la potenziale violenza insita nell’essere umano.
Cut Piece evoca inoltre il tema della mercificazione del corpo della donna, spesso ridotto a oggetto inerme, esposto alla violenza e alle umiliazioni della società.

La performance non è soltanto guardare l’artista fare qualcosa: è anche mettere il pubblico dentro l’azione performativa. #performanceart #yokoono by @aurora.profetti
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15 days ago
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ma un’artista cos’è disposto a fare per un’opera d’arte? 

Dal 26 settembre 1981 al 26 settembre 1982, l’artista trascorse un intero anno all’aperto a New York, senza mai entrare in edifici o ripari al chiuso.
Hsieh condusse una vita da nomade, portando con sé esclusivamente un sacco a pelo e affrontando le intemperie e il rigido inverno newyorkese.
Evitò il contatto ravvicinato con le altre persone e ridusse al minimo le interazioni sociali.

Se i lavori precedenti erano incentrati sui concetti di tempo e controllo, Outdoor Piece sposta l’attenzione verso lo spazio, l’orientamento e la sopravvivenza, evocando, per analogia, la condizione delle persone senza dimora e quella di immigrato privo di documenti vissuta dallo stesso Hsieh.

Corpi all’opera
Episodio 3
Tehching Hsieh, Outdoor Piece, One Year Performance, 1981-1982

#performanceart #tehchinghsiehoneyearperformance by @aurora.profetti
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17 days ago
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Cosa succede quando un’opera d’arte non dura pochi minuti, ma un anno intero?

Tehching Hsieh ha trasformato interi anni della sua vita in performance radicali, mettendo alla prova il corpo, il tempo, la libertà e la quotidianità.

COPRI ALL’OPERA 
Episodio n.2
Tehching Hsieh, Time Clock Piece (One Year Performance), 1980-81 #performativeart #tehchinghsiehoneyearperformance by @aurora.profetti
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22 days ago
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Cosa succede quando due corpi si trovano uno davanti all’altro?

In The Artist Is Present Marina Abramović rimane seduta in silenzio e invita una persona alla volta a sedersi davanti a lei. Non c’è dialogo, non c’è un’azione spettacolare. 
La presenza reciproca costruisce l’opera. 
Il pubblico completa la performance attraverso l’incontro. 
La performance al MoMA del 2010 durò complessivamente oltre 700 ore. “L’artista è presente” indica che l’opera d’arte non è un oggetto fisico da ammirare, ma il tempo è lo spazio condivisi in quel preciso istante.

Nella finale dei Mondiali del 2006 succede qualcosa di completamente diverso, ma c’è una presenza simile.

Zidane e Materazzi sono due corpi dentro uno spazio regolato: uno stadio, telecamere, regole precise.
Eppure, per alcuni istanti, la partita sembra sparire.
Rimangono loro due: la tensione prima dell’azione.
Quando pensiamo a Zidane e Materazzi, pensiamo immediatamente alla testata, ma il gesto arriva dopo.
Prima ci sono: vicinanza, parole, l’allontanamento, Zidane che continua a camminare, poi si ferma e torna indietro.
L’incidente sembra quasi passare prima che Zidane torni verso Materazzi e compia il gesto. 

La performance non inizia necessariamente quando accade qualcosa, ma può iniziare anche quando due persone condividono uno spazio e noi percepiamo che qualcosa potrebbe accadere.  Questo lavoro di Marina Abramović dimostra che l’azione artistica può esistere senza un’attività o un oggetto materiali, riducendo l’arte all’essenziale.  Fissarsi negli occhi in silenzio rompe le barriere sociali facendo emergere fragilità ed emozioni. 

In The Artist Is Present, lo spettatore guarda Marina e aspetta.
Non sa cosa succederà.
Forse niente.
Forse qualcuno piangerà.
Forse qualcuno rimarrà seduto cinque minuti.
Forse un’ora.
La tensione nasce dall’imprevedibilità.  L’azione può cominciare prima del gesto.

#performanceart #marinaabramovic #moma #theartistispresent by @aurora.profetti
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21 days ago
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Cosa succede quando un’opera d’arte non dura pochi minuti, ma un anno intero? 

Tehching Hsieh ha trasformato interi anni della sua vita in performance radicali, mettendo alla prova il corpo, il tempo, la libertà e la quotidianità. 

CORPI ALL’OPERA episodio 1
Tehching Hsieh, Cage Piece, One Year Performance, 1978-79  #performanceart #tehchinghsieh by @aurora.profetti
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23 days ago
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salerno - reggio c. taken in Vibo Valentia, Calabria by @aurora.profetti
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a month ago
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𝙸𝚗𝚜𝚝𝚛𝚞𝚌𝚝𝚒𝚘𝚗𝚜 𝚏𝚘𝚛 𝙼𝚘𝚟𝚒𝚗𝚐 𝚃𝚑𝚛𝚘𝚞𝚐𝚑 𝚊 𝚂𝚙𝚊𝚌𝚎 𝚝𝚑𝚊𝚝 𝚒𝚜 𝙰𝚕𝚛𝚎𝚊𝚍𝚢 𝚃𝚑𝚒𝚗𝚔𝚒𝚗𝚐 𝙰𝚋𝚘𝚞𝚝 𝚈𝚘𝚞

2 luglio 2026 | 18:00 — 22:00
Via dei Tre Archi 5, Roma

A group exhibition activated through a guided sound piece; a monologue interwoven with audio contributions by each artist, developed in relation to their respective works. The exhibition proposes a reconstructed spatial experience, in which the space becomes self-reflexive: a meta-space that produces a feedback loop between viewer, work, and space.

Una mostra collettiva attivata attraverso una traccia audio che fa da guida; un monologo che si intreccia con i contributi audio di ciascun artista, pensati in relazione alle rispettive opere. La mostra propone un’esperienza spaziale ricostruita, in cui lo spazio diventa autoreferenziale: un meta-spazio che produce un circuito di feedback tra spettatore, opera e spazio.

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With the support of Jos de Gruyter @josdegruyterandharaldthys 

Special thanks to:
•Cesare Pietroiusti for the guidance 
•Santiago Rogu for the sound design of the audio piece

Con il supporto di Jos de Gruyter

Ringraziamenti speciali a:
•Cesare Pietroiusti @cesarpietroiu per la sua guida
•Santiago Rogu @sunrogu per il sound design della traccia audio taken in Rome, Italy by @aurora.profetti
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3 months ago
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last two months taken in Italia by @aurora.profetti
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2 months ago
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