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Photographer & Journalist
Brescia / Milano
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For a long time I had wanted to photograph this place. To me it remains one of the most extraordinary hidden spaces in Italy.

When I finally entered Villa Helene in Rome — the house and studio built by the sculptor Hendrik Christian Andersen between 1922 and 1925 — I already had this image in mind.

The building was donated to the Italian state after Andersen’s death in 1940, but only in 2015 did it officially become part of the Polo Museale del Lazio and open more fully to the public.

At the beginning of the twentieth century Andersen imagined something extraordinary here: a “World City,” an international capital where art, science, and culture would come together to shape a new vision of civilization.

A grand utopian dream.

And today, looking back at places like this, one question quietly remains: could culture, art, and beauty still be the only forces capable of saving our cities — and perhaps even the world?

UTOPIA ANDERSEN
Double Exposure in Hendrik Christian Andersen’s House and Studio, Villa Helene, Rome

@casamuseoandersen @museitaliani Artistic black and white photograph (multiple exposure) depicting plaster casts of monumental statues inside Hendrik Christian Andersen's atelier. The sculptures feature human figures in dynamic poses and horses, amassed in a single hall. These are large classical plaster artworks, documenting a museum sculpture exhibition and do not contain non-artistic nudity. taken in Roma, Italia by @ilariavidaletti
29
9 years ago
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This portrait received an Honorable Mention at the Monochrome Photography Awards ⭐️ @monoawards 

For a long time I worked almost exclusively in black and white. It felt like the most direct way to look — without distraction, closer to gesture, expression, and presence.

What matters most to me, though, happens before the photograph: the brief moment of trust that forms between two people.

Sometimes that moment is quiet. Sometimes it carries more than either of us expected. Intense black and white close-up portrait of a Karenni refugee woman. The woman has a serious expression and is wearing an elaborate headdress and numerous long necklaces of light-colored beads covering her neck and chest. Large decorative spheres hang from the headdress next to her face. taken in MONOCHROME by @ilariavidaletti
19
6 years ago
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@europeanparliament 

In 2017 this photograph quietly changed the direction of my life.

I took it with my phone during a year-long break after leaving my job as a product manager in the fashion industry in Milan and returning to Brescia.

It was a small moment, almost accidental — a drop of water on metal captured between tasks inside a friend’s restaurant, where I was helping out at the time.

That image was later selected among the winners of the European Parliament photography competition THISISMY5, which highlighted five emerging photographers across Europe.

With the prize I was able to buy my first professional camera and begin working seriously as a photographer. Soon after, I started working within political environments, developing reportage assignments connected to the European Parliament and other Italian institutions.

Looking back now, this photograph was the first drop of a much longer journey.

—

Thinking back on my days in Brussels, these were the words I used to accompany this small, accidental image: 

“𝘕𝘰𝘣𝘰𝘥𝘺 𝘤𝘢𝘯 𝘱𝘳𝘦𝘥𝘪𝘤𝘵 𝘵𝘩𝘦 𝘧𝘶𝘵𝘶𝘳𝘦. 𝘠𝘰𝘶 𝘫𝘶𝘴𝘵 𝘩𝘢𝘷𝘦 𝘵𝘰 𝘨𝘪𝘷𝘦 𝘺𝘰𝘶𝘳 𝘢𝘭𝘭 𝘵𝘰 𝘵𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘰𝘱𝘭𝘦 𝘢𝘯𝘥 𝘥𝘰 𝘺𝘰𝘶𝘳 𝘣𝘦𝘴𝘵 𝘵𝘰 𝘵𝘢𝘬𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘰𝘧 𝘺𝘰𝘶𝘳 𝘯𝘦𝘪𝘨𝘩𝘣𝘰𝘳, 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢𝘵𝘦, 𝘢𝘯𝘥 𝘨𝘪𝘷𝘦 𝘵𝘩𝘦𝘮 𝘦𝘷𝘦𝘳𝘺 𝘭𝘢𝘴𝘵 𝘥𝘳𝘰𝘱 𝘰𝘧 𝘣𝘦𝘢𝘶𝘵𝘺 𝘺𝘰𝘶 𝘩𝘢𝘷𝘦. 𝘐 𝘵𝘩𝘪𝘯𝘬 𝘰𝘯𝘦 𝘰𝘧 𝘵𝘩𝘦 𝘮𝘰𝘴𝘵 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘵 𝘵𝘩𝘪𝘯𝘨𝘴 𝘪𝘯 𝘳𝘦𝘭𝘢𝘵𝘪𝘰𝘯𝘴𝘩𝘪𝘱𝘴 𝘪𝘴 𝘤𝘢𝘳𝘪𝘯𝘨 𝘧𝘰𝘳 𝘺𝘰𝘶𝘳 𝘴𝘪𝘨𝘯𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘯𝘵 𝘰𝘵𝘩𝘦𝘳 𝘵𝘩𝘳𝘰𝘶𝘨𝘩 𝘨𝘰𝘰𝘥 𝘵𝘪𝘮𝘦𝘴 𝘢𝘯𝘥 𝘣𝘢𝘥.” Close-up black and white photograph of several water drops on a textured, metallic surface. The central water drop has spread into a distinct, six-pointed star shape, reflecting the light. Other smaller droplets are scattered nearby. Conceptual image of water and texture taken in Europees Parlement in België / Parlement européen en Belgique by @ilariavidaletti
11
10 years ago
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«Fare le cose bene è un dovere, fare le cose belle è un piacere.» Il giorno in cui ho realizzato questo servizio fotografico negli spazi dell’atelier di Giuseppe Rivadossi, a Nave, abbiamo ritrovato in un cassetto un foglio che Rivadossi aveva scritto a matita anni prima. Un appunto semplice, rimasto lì nel tempo, che condensa con una chiarezza disarmante l’etica di questo luogo.

A partire dagli anni Sessanta, mentre il design industriale afferma nuovi modelli di produzione, serialità e standardizzazione, Rivadossi sviluppa una ricerca in direzione diversa. Al centro pone il rapporto diretto con la materia, il gesto manuale e la misura dell’uomo; il legno diventa così non soltanto un materiale da lavorare, ma uno strumento attraverso cui interrogare lo spazio dell’abitare.

Nel laboratorio di Nave, dove oggi Rivadossi lavora insieme ai figli Emanuele e Clemente, questa ricerca è ancora leggibile nelle opere, negli strumenti e nei processi di lavorazione. Il legno massello viene scavato, inciso e lavorato a mano. Blocchi scolpiti a sgorbia, superfici segnate da rilievi geometrici e incastri tradizionali danno forma a pezzi nei quali tecniche antiche convivono con un linguaggio senza tempo.

Muovendomi con la macchina fotografica tra i banchi dell’officina, tra lame affilate, schizzi a matita, trucioli e macchinari storici, diventava evidente come l’oggetto finito fosse soltanto la parte emersa di un processo più complesso. Il disegno non veniva semplicemente eseguito; veniva verificato, modificato, talvolta contraddetto dalla resistenza stessa del materiale.

Forse è proprio qui che si trova il senso più profondo della ricerca di Rivadossi: in una forma che non pretende di dominare la materia, ma nasce dal tempo necessario per conoscerla; e che, alla fine, torna sempre alla sua origine più essenziale, la misura dell’uomo.

Giuseppe Rivadossi, Officina Rivadossi, Nave (BS), aprile 2025.

#GiuseppeRivadossi @habito_giusepperivadossi taken in Nave (BS) by @ilariavidaletti
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a year ago
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All’interno dell’officina Giuseppe Rivadossi - Nave.

Giuseppe Rivadossi nasce nel 1935 a Monteclana di Nave, in provincia di Brescia. Qui vive con la famiglia e lavora ancora oggi, negli stessi spazi in cui si è sviluppata gran parte della sua ricerca.

Nel 1920, in quegli stessi spazi, il padre Clemente fonda una falegnameria. Nel 1962 è Giuseppe Rivadossi a trasformare quel luogo in un atelier. Nel 2001 prende avvio una nuova fase con Giuseppe Rivadossi Officina e Habito; il lavoro prosegue oggi insieme ai figli Emanuele e Clemente.

Fin dagli anni Sessanta, Rivadossi concentra la propria ricerca sul rapporto tra uomo, materia e spazio abitato. In un momento storico in cui una parte dell’architettura tende verso la standardizzazione degli ambienti domestici, il suo lavoro segue una direzione diversa; immagina spazi e oggetti capaci di mantenere una relazione con il corpo, con la misura umana e con la materia da cui prendono forma.

Il legno è il centro di questa ricerca. Viene scavato dal blocco, assemblato attraverso incastri, piallato e lavorato a sgorbia; tecniche tradizionali che convivono con forme radicalmente contemporanee. Mobili e sculture nascono così da un processo nel quale progetto e lavorazione manuale restano strettamente legati.

Oggi il lavoro continua attraverso Habito. Nell’officina convivono generazioni, strumenti, disegni, legno e opere in lavorazione. La tecnologia ha trasformato radicalmente il modo in cui produciamo gli oggetti e abitiamo gli spazi; qui, invece, il fare conserva ancora una dimensione fisica. La materia oppone resistenza, il gesto lascia una traccia, il tempo necessario alla costruzione rimane parte dell’opera.

È forse questo l’aspetto più evidente entrando nell’Officina Rivadossi; non la conservazione nostalgica di un mestiere, ma la permanenza di un modo di pensare attraverso le mani.

Giuseppe Rivadossi, Officina Rivadossi, Nave (BS), aprile 2025.

#GiuseppeRivadossi @habito_giusepperivadossi taken in Nave (BS) by @ilariavidaletti
6
a year ago
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 by @ilariavidaletti
21
a month ago
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Federico Mori by @ilariavidaletti
1
4 months ago
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La vita dell’artista e performer Nicola Fornoni è scandita dalla ripetizione. Non una scelta, ma una necessità concreta e quotidiana. Colpito nell’infanzia da una leucemia, le complicazioni del trapianto di midollo lo hanno portato a convivere con la sclerodermia, una condizione autoimmune cronica che altera i tessuti connettivi.

La resistenza passa attraverso il corpo: misurare i parametri del sangue, allenare le giunture, lavare e proteggere la pelle, in una sequenza di gesti semplici e necessari alla sopravvivenza, che si ripetono ogni giorno.

Ilaria Vidaletti by @ilariavidaletti
9
4 months ago
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L’attrice @monicaceccardi in “Frammenti” 

Progetto teatrale diretto da Monica Conti per Centro Teatrale Bresciano e @fondazione_cariplo

#TheYouthClub #OfficinaTeatrale #TeatroContemporaneo by @ilariavidaletti
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4 months ago
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Dietro le quinte. Via Mazzini headquarters, RE/MAX Home District, Brescia, 2025. by @ilariavidaletti
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9 months ago
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Ludovico De Rossi, CEO of RE/MAX Home District, Via Mazzini headquarters. @bremagazine by @ilariavidaletti
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9 months ago
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Ludovico De Rossi, CEO of RE/MAX Home District, a real estate network based in Northern Italy. Brescia, 2025.

 #interview by @ilariavidaletti
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9 months ago
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