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Da mio nonno all'America, oggi qui 🇮🇹
Coach di boxe — palestra e lezioni private
Ogni capitolo è un pezzo di strada fatta
@mag.boxing.club
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Ho imparato a conoscere un pugile anche dal silenzio mentre gli fascio le mani. by @matteoscialdone
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17 hours ago
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JAKE LAMOTTA SULLA PELLE, MIO NONNO NEL CUORE.

«Mi hanno rotto il naso sei volte… ma l’unico posto in cui mi sono fatto davvero male è stato fuori dal ring.»

Mio nonno mi ripeteva questa frase parlando di Jake LaMotta, il suo idolo.

È anche attraverso i suoi racconti che ho conosciuto quel nome. Prima ancora di approfondire la storia del pugile, LaMotta per me era qualcuno di cui parlava mio nonno. Ancora oggi, il suo volto mi riporta a quei momenti.

Negli anni ho ripensato spesso a quella frase. Per chi vive la boxe, il dolore sul ring è qualcosa di concreto: un colpo, il naso rotto, la fatica. Sai da dove arriva. Fuori è più difficile. Ci sono errori che continui a portarti dietro, persone che perdi, parole che avresti voluto dire diversamente. E non c’è una campana che interrompe tutto per lasciarti respirare.

Non so se allora riuscii a capire fino in fondo il significato di quelle parole. Oggi hanno un peso diverso.

Ho scelto di tatuarmi Jake LaMotta sulla mano per dedicarlo a mio nonno. Volevo portare con me qualcosa che ci legasse, e il volto del suo pugile preferito era il modo più mio per farlo.

Chi guarda questo tatuaggio vede Jake LaMotta.

Io ci ritrovo anche mio nonno. E la sua voce, mentre me ne parlava.

“For you, Grandpa. Always with me.” by @matteoscialdone
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5 days ago
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PADWORK TRAINING — QUELLO CHE HO IMPARATO IN AMERICA 🇺🇸🇮🇹

Una delle cose che mi ha insegnato l’esperienza nelle palestre americane è guardare il lavoro ai colpitori con una mentalità più aperta.

In Italia mi capita di sentire giudizi molto netti: quel colpo va ricevuto su una mano e non sull’altra, l’allenatore è troppo vicino o troppo lontano, la combinazione è troppo lunga o troppo corta. Sono osservazioni che possono avere senso, ma per valutare un lavoro bisogna prima capire chi abbiamo davanti e che cosa vogliamo ottenere.

Nelle palestre che ho frequentato in America ho visto utilizzare i colpitori in modi molto diversi. Alcuni lavori, a prima vista, potevano sembrare meno rigorosi, quasi casuali. Osservandoli meglio, però, ho capito che spesso rispondevano a obiettivi precisi e al livello del pugile.

Con un ragazzo che sta ancora imparando la meccanica dei colpi, ha senso lavorare in modo essenziale: un colpo alla volta, cura degli appoggi, della rotazione, della distanza e del ritorno in guardia. Dargli troppe richieste insieme può rendere più difficile capire e correggere il movimento.

Con un pugile esperto, che quelle basi le ha già assimilate, il lavoro può cambiare. Sequenze più lunghe e complesse, variazioni di ritmo, bersaglio e distanza possono essere strumenti per stimolare attenzione, coordinazione, colpo d’occhio e reattività. Naturalmente, ricordare una sequenza e reagire a un segnale imprevisto sono richieste diverse: anche questo dipende da come viene costruito l’esercizio.

Per questo, la lunghezza di una combinazione o la mano su cui viene ricevuto un colpo, da sole, non bastano a stabilire la qualità del lavoro. Conta il senso dell’esercizio, la sua esecuzione e quello che può dare a quel pugile.

Poi ci sono i video costruiti per fare spettacolo: sequenze preparate per impressionare, creare contenuti e attirare visualizzazioni. L’effetto scenico, da solo, dice poco sull’utilità di un allenamento.

Prima di giudicare un esercizio, oggi mi chiedo: chi è il pugile, su cosa sta lavorando e perché l’allenatore ha scelto proprio quel lavoro?
Perché allenare significa anche saper scegliere ciò che serve alla persona che hai davanti.
🥊 by @matteoscialdone
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6 days ago
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BOXING QUOTES …📖🥊

La boxe non insegna soltanto a colpire, a difendersi o a vincere un incontro. Insegna il rispetto.
Il rispetto per l’avversario, per chi ti allena, per chi ti tende una mano e per chi, ogni giorno, sceglie di esserci.

Sul ring impari che la forza non ti dà il diritto di sentirti superiore, che l’umiltà vale più dell’arroganza e che il rispetto non è una debolezza, ma una forma di grandezza.

Purtroppo, fuori dal ring, ci sono persone che questa lezione non l’hanno mai imparata.

Persone che confondono la gentilezza con la debolezza, la disponibilità con qualcosa di dovuto e il rispetto con qualcosa da pretendere senza mai ricambiare.

La boxe mi ha insegnato che puoi essere forte senza essere prepotente, puoi essere duro senza essere arrogante e puoi affrontare qualcuno senza mai mancargli di rispetto.

Perché un pugile sa che il rispetto non finisce quando scende dal ring. È proprio fuori che dimostra quanto vale.

Matteo Scialdone . by @matteoscialdone
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10 days ago
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🇺🇸 Capitolo 13 USA — Riddick “Big Daddy” Bowe

Ci sono campioni che hai visto combattere in televisione e che poi, un giorno, ti ritrovi accanto in palestra.

Riddick Bowe, americano di Brooklyn, era uno di questi. Il 13 novembre 1992 diventò campione mondiale indiscusso dei pesi massimi, battendo Evander Holyfield e conquistando le cinture WBA, WBC e IBF. Con Holyfield disputò una trilogia rimasta nella storia: vinse il primo incontro, perse la rivincita nel 1993 e vinse il terzo nel 1995, fermandolo all’ottavo round.

Ma i miei ricordi di lui sono anche quelli di tutti i giorni.

Veniva spesso in palestra e, a forza di incontrarci, avevamo fatto amicizia. Girava sempre con un pettine e ogni tanto si sistemava i capelli. Una volta lo lasciò sul ring e io, per scherzo, glielo presi e lo spostai. Lui mi rincorse e mi voleva menare. E farsi rincorrere da Riddick Bowe era già un’esperienza da raccontare…anche perché non ero sicuro di sopravvivere in caso .

Poi c’erano i momenti in cui mi faceva vedere il jab al sacco. Io mi fermavo a guardarlo e ad ascoltarlo. Per me aveva uno dei più bei jab nella storia dei pesi massimi, e poterlo vedere da vicino, spiegato proprio da lui, era un onore.

Un pugile fantastico. Di quell’esperienza mi porto dietro il privilegio di averlo conosciuto, qualche risata e quelle piccole lezioni in palestra che valgono tantissimo per chi ama questo sport.

Ps.Nel video bowe colpisce l’avversario in una conferenza …e’ solo un avvertimento in caso vi venisse in mente di rubargli il pettine . by @matteoscialdone
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13 days ago
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CAPITOLO 12 — IL RITORNO A MIAMI 🇺🇸🥊

Il mio ritorno a Miami coincise con l’arrivo di @manueltreno , pugile romano, già campione d’Italia dei pesi leggeri.

Manuel era arrivato negli Stati Uniti per preparare una sfida importante: il titolo dell’Unione Europea contro il belga Jean Pierre Bauwens.

Tra noi nacque subito una grande amicizia. Condividevamo anche l’appartamento e quindi, oltre alla palestra, condividevamo praticamente tutto: allenamenti, giornate, risate e inevitabili discussioni per casa. Soprattutto quando toccava pulire e lui si incazzava perché io riuscivo sempre a fare casino.
(Foto con la scopa 😂)

Ricordo ancora perfettamente il suo primo sparring a Miami.

Prima di iniziare gli dissi:
“Okay Manuel, qui è dura. Mi raccomando, parti sciolto e tranquillo…”

Credo che non mi abbia ascoltato neanche per dieci secondi.

Partì una guerra.

Sembrava di assistere a una versione improvvisata di Arturo Gatti contro Micky Ward: nessuno dei due aveva intenzione di fare un passo indietro.

Ma Miami con Manuel non fu soltanto boxe e risate. In quel periodo attraversai anche un momento personale difficile e lui mi fu vicino. E quando sei dall’altra parte del mondo, lontano da casa, certe cose te le ricordi.

Poi arrivò il momento per cui aveva lavorato.

Il 3 ottobre 2015, a Fiumicino, Manuel affrontò Jean Pierre Bauwens per il titolo dell’Unione Europea dei pesi leggeri. Io tornai in Italia insieme a Dino Spencer per esserci.

Quella sera Manuel vinse il titolo.

Vederlo con quella cintura dopo aver condiviso con lui Miami, gli allenamenti, gli sparring e la vita di tutti i giorni fu un’emozione enorme.

Negli anni Manuel continuò a venirmi a trovare tra Santarcangelo e Rimini. Lo ospitai diverse volte a casa mia e continuammo a passare giornate e serate insieme.

Di alcune di quelle serate esistono anche delle foto.

Ma quelle è meglio che rimangano private, perché se le pubblico Manuel viene ancora a menarmi.

Il bello del mio viaggio in America, alla fine, è stato anche questo.
Sono partito per conoscere la boxe americana.

E sono tornato con amicizie che sono durate molto più di un viaggio. 🇮🇹🇺🇸🥊 by @matteoscialdone
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a month ago
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Capitolo 12 — Memphis e North Carolina 🇺🇸🇺🇸

Dopo Las Vegas, prima di tornare a Miami, feci tappa a Memphis. Avevo un contatto lì e visitai una palestra di boxe. Rimasi solo pochi giorni, poi raggiunsi mio cugino Michael in North Carolina, dove era di base come pilota militare di F-15.

Per una settimana o due frequentai anche una palestra della zona. Mi allenai un po’, ma soprattutto osservai. In quelle palestre percepii un ambiente più riservato: non bastava entrare dalla porta per sentirsi parte del gruppo. Bisognava presentarsi con rispetto, ascoltare e lasciare che la fiducia arrivasse con il tempo. Anche questo, per me, faceva parte dell’esperienza.
Sopratutto memphis e’ una città con molta criminalità e zone degradate …tanti ragazzi crescono per strada e sono un po’ diffidenti con gli stranieri ma fu comunque bello vedere quanta motivazione nasce da certi ambienti .

Se vuoi migliorare, devi cercare chi ne sa più di te. Stare vicino a persone più esperte, guardare come lavorano e avere l’umiltà di imparare. Negli Stati Uniti il pugilato ha una presenza forte, e ogni palestra che visitavo mi mostrava un modo diverso di viverlo.

Da Memphis al North Carolina portai via proprio questo: non solo qualche allenamento, ma nuove cose su cui riflettere prima di tornare a Miami.

#MAGBoxingClub #DaMioNonnoAMiami #Capitolo13 by @matteoscialdone
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a month ago
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CAPITOLO 12 — UN INCONTRO CASUALE A LAS VEGAS

Durante il periodo trascorso a Las Vegas, ogni tanto lasciavo la palestra e mi spostavo verso la Strip o Downtown, per respirare quella parte della città che tutti conoscono.

Una sera, quasi per caso, conobbi un uomo di origine messicana che lavorava come parcheggiatore al Caesars Palace. Iniziammo a parlare e, quando scoprì che lavoravo nel pugilato, mi raccontò di aver combattuto anche lui in Messico.

Poi mi parlò di suo figlio, un ragazzo di appena sedici anni che aveva già disputato molti incontri da dilettante e sognava, un giorno, di passare professionista.

Da quella conversazione nacque qualcosa di concreto. Una volta alla settimana raggiungevo la zona est di Las Vegas, lontano dalle luci e dai grandi alberghi, per lavorare con suo figlio sulla tecnica: impostazione, colpi, movimenti e tutti quei dettagli necessari per costruire un pugile.

Con il tempo, però, non fu più soltanto boxe. Diventammo amici. Mi facevano mangiare messicano con loro, mi portavano nei loro posti e lui, grazie al suo lavoro, ogni tanto riusciva a procurarmi biglietti o ingressi per vivere quella Las Vegas che da solo probabilmente non avrei mai conosciuto.

Las Vegas viene raccontata attraverso i casinò, le luci e gli eccessi. Io, invece, la ricordo soprattutto per incontri come questo: una conversazione nata per caso, un padre con il pugilato nel sangue, un ragazzo di sedici  anni con un sogno e una famiglia che, per un periodo, mi fece sentire uno di loro.

Anche questa era l’America che cercavo. 

#MAGBoxingClub #DaMioNonnoAMiami #Capitolo12 by @matteoscialdone
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a month ago
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CAPITOLO 11 — LAS VEGAS 🎰🇺🇸🥊

Il programma era tornare a Miami. Poi, tramite un contatto che conosceva Nate Jones, uno degli allenatori di Floyd Mayweather, ebbi la possibilità di fermarmi per un periodo a Las Vegas, alla Mayweather Boxing Club. Nate era quello che indossava il protettore al corpo e teneva i colpitori mentre Floyd si allenava.
Ebbi solo una raccomandazione :non fare il turista italiano cerca di apprendere più che puoi .

La palestra si trovava nella zona di Chinatown, lontana dalla Las Vegas dei casinò. Anche l’ambiente era diverso da quello che avevo trovato a Miami: più chiuso, più difficile da avvicinare.

Il primo giorno bussai alla porta. Mi aprirono due donne nere altissime, con delle unghie lunghissime, e me la richiusero in faccia prima ancora che potessi spiegare chi fossi. Rimasi fuori, indeciso se riprovare. Un pugile che era lì a farsi fasciare le mani mi diede coraggio. Bussai di nuovo, spiegai del mio contatto e finalmente entrai.

Passai settimane  a osservare. Guardavo Floyd Mayweather Sr. e Roger lavorare ai colpitori, cercando di capire il ritmo e i dettagli di ogni movimento. Floyd, in quel periodo, non preparava un match. Lo vidi solo qualche volta: capitava che la palestra aprisse di notte per i suoi allenamenti e, quando arrivava lui, gli altri dovevano uscire.

Imparai molto, ma fu anche un periodo solitario. La sera, finito tutto, mi ritrovavo lontano da casa, in una città enorme dove ancora non conoscevo nessuno. Las Vegas mi aveva fatto entrare in quella palestra. Trovare il mio posto lì dentro era un’altra cosa.

#MAGBoxingClub #DaMioNonnoAMiami #Capitolo11 by @matteoscialdone
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a month ago
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CAPITOLO 10- Gleason Gym New York 🍎

Dopo tanti mesi a Miami, sentivo che era arrivato il momento di tornare un po’ a casa.

Pochi anni prima avevo perso mio nonno e mia nonna era ormai molto anziana. Volevo rientrare in Italia, rivederla e passare un po’ di tempo con lei prima di ripartire.

Avevo però già programmato la tappa successiva: grazie a un contatto, prima di tornare a Miami sarei rimasto circa un mese a New York, alla Gleason’s Gym, una delle palestre più storiche della boxe americana.

Fu un periodo incredibile, durante il quale ebbi la possibilità di conoscere diversi campioni. Tra questi c’era Iran “The Blade” Barkley, ex campione del mondo in tre categorie di peso: medi, supermedi e mediomassimi. Nella sua carriera affrontò alcuni dei più grandi pugili della sua epoca e divenne famoso soprattutto per la vittoria contro Thomas Hearns nel 1988, quando gli strappò il titolo mondiale dei pesi medi.

Con Iran ebbi anche la possibilità di passeggiare per le strade di New York. Mi raccontò episodi della sua vita e della sua carriera e mi lasciò anche un video di saluto per la pagina per cui scrivevo in quel periodo @rumbleboxing.italia 

Alla Gleason’s c’era anche il proprietario, Hector Roca, una vera istituzione della boxe newyorkese. Ogni tanto andavo nel suo piccolo ufficio, dove lui giocava a domino, e rimanevo lì ad ascoltarlo mentre mi raccontava storie della palestra, dei pugili e della sua vita.

Erano quei momenti semplici, lontani dal ring, che rendevano quell’esperienza ancora più speciale.

#MAGBoxingClub #DaMioNonnoAMiami #Capitolo10 by @matteoscialdone
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Capitolo 8 -La differenza non è solo nell’allenamento. 🇺🇸💰

Per un attimo interrompo i racconti e le amicizie nate durante la mia esperienza in America, perché c’è un aspetto che mi ha colpito particolarmente: la struttura che c’è intorno al pugile.

Quando si parla di pugilato americano si pensa subito ai metodi di allenamento, ai guanti, alla preparazione fisica. Ma secondo me la differenza più importante è un’altra: lì il pugilato è inserito dentro un sistema dove, già partendo dalla palestra di quartiere, esiste un percorso agonistico molto strutturato.

Un ragazzo può iniziare da giovane, fare esperienza nei tornei e negli eventi locali, arrivare ai campionati nazionali e, se ha qualità, entrare nei programmi di alto livello. (USA Boxing⁠)

E parallelamente esiste un mondo professionistico fatto di promoter, manager, sponsor, eventi e investimenti. Non significa che tutti arrivino a vivere di pugilato, ma per un ragazzo è più facile vedere il professionismo come una possibilità concreta.

In Italia il percorso è diverso. Abbiamo una struttura federale e un settore professionistico ben definito, ma negli ultimi anni una parte importante del movimento agonistico è stata costruita attorno al pugilato olimpico, alla Nazionale e ai gruppi sportivi. Il professionismo esiste, ma il collegamento tra palestra, carriera sportiva e vero mercato professionistico è meno evidente. (FPI⁠)

Ed è qui che cambia anche il modo di vivere l’allenamento.

Quando sai che il pugilato può diventare il tuo lavoro, allenarti due volte al giorno, curare alimentazione, recupero e preparazione non è più soltanto una scelta personale: diventa parte della tua professione.

Questa è forse la differenza che ho percepito maggiormente in America: non tanto esercizi diversi, ma un sistema che rende più concreta la possibilità di trasformare il pugilato da passione a professione. 

#MAGBoxingClub #DaMioNonnoAMiami #Capitolo8 by @matteoscialdone
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CAPITOLO 7 – QUELLI DA CUI IMPARI GUARDANDO

Il nuovo capitolo della mia esperienza a Miami è legato all’arrivo di @massimiliano_ballisai , pugile professionista torinese di alto livello.

Nella sua carriera ha disputato titoli italiani, europei e anche un mondiale in Australia contro Liam Paro.

Quando arrivò a Miami fui davvero contento e, allo stesso tempo, sorpreso. Massimiliano lo conoscevo già, anche se solo di nome. Mi ricordavo soprattutto uno dei match più emozionanti che avevo visto nel 2013: il titolo d’Italia contro Brunet Zamora.

Rimasi colpito dalla precisione dei colpi, dalla potenza e soprattutto dal carattere di Ballisai. Per questo, quando arrivò, pensai subito che da pugili così si può imparare tanto. Non solo tecnicamente, ma anche osservandoli, guardando la loro mentalità e il loro modo di vivere questo sport.

Con Massimiliano ci sono stati anche tanti momenti divertenti. Per un periodo abbiamo abitato insieme, uscivamo a mangiare e, quando i soldi scarseggiavano, Ballisai andava da Five Guys a mangiare le noccioline. Una cosa che ancora oggi ci fa sorridere quando ricordiamo quei giorni.

Sono passati più di dieci anni da quell’esperienza, ma ogni anno Massimiliano viene in vacanza dalle mie parti, in Romagna, e puntualmente ci incontriamo. Parliamo dell’America, dei nostri ricordi e di tutto quello che è successo dopo….ma adesso anche di profumi malattia che gli ho trasmesso io .

Ed è sempre una grande gioia rivederlo.

E ogni volta che ci rivediamo, in qualche modo, torniamo un po’ anche lì.

A Miami.

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