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In divenire perenne
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Trovare un senso nel dolore credo e temo sia impossibile, soprattutto quando questo dolore ci piomba addosso in maniera improvvisa, feroce, inspiegabile. Ho conosciuto Roberto tre anni fa, d'estate, in una di quelle fasi di transizione della vita dove un incontro positivo può aiutarti a guardare la realtà con occhi diversi. E se di occhi si parla i suoi erano quelli di una persona dotata di una gentilezza e una capacità di ascolto rare, soprattutto di questi tempi. Ci sentivamo di frequente e appena possibile coglievamo l'occasione per vederci per un buon caffè. Gli articoli per Il Manifesto Sardo, per noi molto più di un giornale ma una comunità di dialogo prezioso, erano solo un pretesto per parlare della vita, con tutte le sue sfumature, quelle più vivaci e quelle più opache. Scherzando, in quei pomeriggi al Bar Matrice in piazza Yenne, dicevamo che era il ritrovo di tutti noi del Manifesto Sardo, un luogo in cui progettare nuove iniziative, qualcosa di bello che andasse oltre la fredda cronaca sensazionalistica. L'ultima volta in cui ci siamo visti è stata tre settimane fa circa, venerdì ci siamo sentiti con la promessa di telefonarci lunedì e di vederci il prima possibile come sempre per una bella chiacchierata. Purtroppo, nulla di ciò è accaduto e ora mi trovo a scriverti Roberto consapevole che la sofferenza resta intraducibile. Mi rivolgo direttamente a te caro Direttore, sei stato uno degli incontri migliori che ho fatto, una persona bella, con una sensibilità che una società come questa temo non meritasse. Non so dove tu sia ora, sono profondamente piccolo e umano e non mi è dato saperlo ma voglio immaginarti sereno, con quel tuo sorriso sincero e malinconico che ti caratterizzava. Per quanto possibile, farò qualsiasi cosa per tenere viva la tua memoria e per portare avanti i tanti progetti di cui parlavamo in quei pomeriggi in cui sognavamo davvero di fare qualcosa tramite la scrittura che potesse regalare alle persone un attimo di gioia e di incontro. Ciao Roberto, con la speranza che tu possa ricordarti di tutti noi, perché puoi stare certo che noi di te ci ricorderemo sempre. by @mattialasio95
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a month ago
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[Mattia Lasio]

Ditemelo voi, si domandava il drammaturgo Samuel Beckett nel suo capolavoro ‘’Aspettando Godot’’, come si fa a essere brevi e al tempo stesso chiari.

Forse, una delle risposte più immediate, autentiche, chiare e che calzano a pennello la si trova in un disco come ‘’D’amore di morte e di altre sciocchezze’’ – di cui nel 2026 ricorrono i trent’anni dall’uscita – realizzato da uno dei pilastri del cantautorato nostrano ovvero Francesco Guccini congedatosi da questa buffa, e spesso bizzarra, vita terrena in data odierna, 6 agosto del 2026.

Una vita piena zeppa di contraddizioni, di incongruenze e di momenti dalla parvenza felice che il cantautore romagnolo classe 1940 ha saputo descrivere sapientemente in un disco – il diciassettesimo della sua carriera longeva e sempre vissuta da protagonista – che rappresenta un tassello prezioso in un percorso ricco ed estremamente variegato come il suo.

Un disco costituito da nove tracce dove testi di assoluto spessore e accompagnamenti musicali curati nei minimi dettagli si uniscono dando vita a un’opera d’arte totale in cui immergersi con il brio e l’entusiasmo di chi sa andare ben oltre una visione superficiale della realtà.

L’album si apre con ‘’Lettera’’ in cui una ritmica incisiva di batteria si unisce perfettamente al tono sommesso e in crescendo di Guccini che afferma: «l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato».

Parole che restano impresse all’interno di un brano che rappresenta un vero e proprio inno per coloro che non si sono stancati di aspettare sempre l’inverno per desiderare poi una nuova estate.

In ‘’Vorrei’’ un tappeto ritmico all’insegna dell’alchimia tra chitarra e armonica permeano una poesia messa in musica dall’atmosfera bucolica.

‘’Vorrei’’ è la presa di posizione di chi sa restare solo con i propri pensieri, senza avere la necessità di riempire la propria solitudine con persone verso cui non si nutre alcuna stima e verso cui non si prova la minima affinità.

È il turno di ‘’Quattro stracci’’ in cui Guccini rimarca: «sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio inc by @mattialasio95
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2 months ago
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[Mattia Lasio]

Le malinconie più profonde si leggono negli sguardi sfuggenti di chi al sopraffare gli altri con toni aggressivi e beceri preferisce di gran lunga la pacatezza, così come è possibile coglierle da frasi brevi, essenziali e proprio per questo capaci di racchiudere la natura più pura di chi le pronuncia.

Malinconie, ma anche speranze e una tenacia che i giochi beffardi di un destino cieco non hanno intaccato, emergono dalla raccolta a cura di Anna Serra Lobina ‘’Passus’’ – pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Ilisso e arricchita da un intervento del Professor Maurizio Virdis –  contenente tutte le poesie di Benvenuto Lobina tra i più autorevoli esponenti della poesia in lingua sarda, e non solo, che la Sardegna abbia mai avuto.

Classe 1914 nato e cresciuto a Villanova Tulo, con cui ha sempre avuto un rapporto viscerale e di grandissima intensità, in questi trentaquattro componimenti in versi di Benvenuto Lobina, venuto a mancare nel 1993, emerge nitidamente la sua eleganza lirica, la sua vis polemica, la sua concezione risoluta del fare poesia e il suo sguardo lucido rivolto verso la propria terra, troppo spesso ingannata da lusinghe che nulla di positivo hanno mai portato e che, ancora oggi, finiscono per nascondere ciò che invece dovrebbe essere messo in risalto.

Lobina trasmette con una dolcezza sofferta il proprio amore verso i genitori e verso i parenti più cari, come la zia Peppa, mettendo l’accento sulla bellezza delle piccole cose quotidiane di cui non sempre si coglie il valore. Il dolore per la perdita delle proprie radici è racchiuso in versi come: «dove cercherò più approdo se questo mio mare non ha porto?».

Lobina si rivolge a chi soffre e i sofferenti sono i  protagonisti delle sue liriche: sconfitti consapevoli di esserlo a cui però la dignità viene restituita da liriche tenaci che non si scompongono davanti alle meschinità di una vita avara.

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3 months ago
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[Mattia Lasio]

«Il futuro deve indirizzarsi verso la formulazione di un codice proprio, nella comprensione e confronto con altri codici, con la possibilità di organizzare un dissenso o un consenso rispetto a una certa pressione degli oggetti-segno e alla sua logica e alla sua dinamica; aprirsi a tutti i sistemi semiotici ma come realizzazione di una dinamica all’interno.

Ciò che importa è partire dal qui ed ora, dal proprio microcosmo umano vissuto e sofferto, da quel contraddittorio mondo di ‘’menzogna e verità della cultura contadina’’, dai miti e dalla coscienza del proprio dramma attuale». Queste parole Bachisio Bandinu le scrisse nel 1976, esattamente mezzo secolo fa.

Sono riflessioni preziose, contenute in uno dei suoi lavori più autorevoli ovvero ‘’Il re è un feticcio’’, scritto con un intellettuale del calibro di  Gaspare Barbiellini Amidei, che racchiudono appieno la profondità di pensiero e la visione lucida e attenta della realtà di una delle personalità più influenti della cultura sarda, capace di offrire spunti di riflessione stimolanti e mai frettolosi, frutto di un percorso di analisi e di ricerca minuzioso e rigoroso.

Un percorso umano e professionale volto al termine il 23 giugno del 2026, ricco di elementi su cui soffermarsi per avere nuove chiavi di lettura significative, capaci di rendere maggiormente comprensibile un mondo in perenne cambiamento in cui orientarsi non è compito facile.

Classe 1939 nato a Bitti, Bandinu ha arricchito il suo cammino di esperienze molteplici e interventi di assoluta caratura, vivendo i suoi 87 anni di vita con la consapevolezza che la società non finisce – anche quando sembra statica e totalmente ripiegata su se stessa – di presentare elementi su cui vale la pena posare il proprio sguardo per poter intraprendere un nuovo sentiero.

Tanti i ruoli di prestigio ricoperti nell’arco della sua esistenza: antropologo, giornalista, professore di materie letterarie, scrittore, direttore del quotidiano L’Unione Sarda, collaboratore del Corriere della Sera e tanto altro.

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4 months ago
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[Mattia Lasio]

«Ho 69 anni, nel 2027 ne compio 70. Ma per la vita fatta potrebbero essere pure 80». Sergio Piano pronuncia queste parole con il sorriso sulle labbra, in un pomeriggio di inizio maggio in quel di viale Sant’Avendrace a Cagliari al Teatro degli Intrepidi Monelli di cui è direttore artistico e che ha fondato dopo un’esperienza trentennale al Teatro Alkestis.

Si muove con vivacità, contraddistinto da quella curiosità di chi sa che la cultura può superare davvero cavilli di ogni tipo. Assapora due boccate di sigaro, poi si siede su una delle poltrone in sala: il tempo libero a disposizione prima di uno spettacolo offre lo spunto per tornare indietro nel tempo e ricordare i tanti momenti vissuti nel proprio percorso, sopra i palchi così come al di fuori delle scene.

Il teatro rappresenta letteralmente la tua vita. Quali sono state, in precedenza, altre esperienze importanti che hai affrontato?

Sicuramente il lavoro in tipografia, esperienza che mi ha tenuto impegnato dagli 11 ai 30 anni. Lavoravo nel quartiere di San Michele, quando ho cominciato era ancora una zona quasi interamente di campagna, era piena di farfalle bellissime che noi giovanissimi amavamo rincorrere. A insegnarmi il mestiere fu una donna di nome Gianna, affascinante e dai modi gentili, dotata di un’empatia rara.

Cosa amavi del lavoro in tipografia?

Mi affascinava tantissimo avere il piombo tra le mani, comporre la riga con la cassa delle lettere ciascuna con la propria grandezza e con il proprio stile di carattere, oltre al toccare con mano una volta stampato ciò che avevo creato.

Tipografia e teatro: due ambiti agli antipodi oppure c’è qualcosa che hanno in comune?

In realtà credo ci possano essere più somiglianze di quanto si possa immaginare, o almeno nel mio caso è stato così perché lavorare in tipografia mi ha insegnato ad avere un grande rigore metodologico e a capire che le inezie fanno davvero la differenza. Ecco tutto questo è stato fondamentale nel momento in cui ho cominciato a fare teatro, il lavoro in tipografia mi ha dato un metodo che poi si è rivelato parecchio utile.

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5 months ago
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[Mattia Lasio]

La bellezza del mettersi in gioco, la capacità di unire, creando un legame solido e intenso all’insegna dell’amore per l’arte e per una cultura come quella dell’Hip Hop con una storia significativa di oltre mezzo secolo.

Questo, e molto altro, caratterizza il progetto Sardus Frades, giunto al quarto volume pubblicato il 28 aprile in occasione de Sa die de sa Sardigna, ideato da Lozar, MC e organizzatore sulcitano attivo da oltre vent’anni. Un lavoro curato nei minimi dettagli, scaricabile gratuitamente tramite il link presente sulla pagina Instagram Sardus Frades. Un progetto con all’interno 56 artisti per un totale di trenta brani, che della varietà stilistica e di contenuti solidi fa il proprio marchio di fabbrica, così come della capacità di coinvolgere più generazioni possibili, dai veterani ai giovani talenti. Si va dal suono caldo e avvolgente del boombap, passando per le melodie ipnotiche del g-funk senza dimenticare anche tipologie di brani influenzati da sonorità come quelle della trap, del reggae, del rock e dell’elettronica. Sardus Frades va oltre l’essere una compilation contenente al suo interno artisti di spessore e pezzi che suonano in maniera fluida e performante ma rappresenta un’autentica dichiarazione d’intenti di chi ha alle spalle un percorso ricco di esperienze preziose. Esperienze che nascono dal mare, un mare grazie al quale – come afferma il celebre scrittore Alessandro Baricco – vedere se stessi e vedere davvero la propria parte più pura.

Lozar quando nasce la tua passione per la Cultura Hip Hop e dove e con chi hai mosso i primi passi?

La passione per l’Hip Hop nacque per caso, dall’amicizia nata a Domusnovas con Ipno nel 1996 che già si interessava di questa cultura, scriveva già i primi testi, vestiva oversize ed era in costante ricerca di nuova musica e informazioni riguardo l’ Hip Hop.

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5 months ago
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[Mattia Lasio]

Davanti alla ferocia di chi della smania di potere ha fatto il proprio vile caposaldo si prospettano due direzioni da seguire: cedere e abituarsi tristemente alla violenza di chi non conosce altro linguaggio se non quello della violenza oppure lottare e farlo all’insegna delle parole, della loro forza evocativa, della loro capacità di scuotere realmente le coscienze facendo sì che di fronte alla barbarie si levino voci fuori dal coro risolute e coraggiose.

Voci come quelle di Faraj Bayrakdar, uno dei principali poeti della letteratura siriana, tra i principali oppositori del regime – durato quasi trent’anni, per l’esattezza dal 1971 al 2000 – di Hafiz al-Asad, esponente dell’ala militare del partito socialista arabo del Baath, appartenente alla corrente religiosa alauita a causa del quale fu in più occasioni incarcerato, la prima risale al 1978 ad appena 27 anni, mentre l’ultima fu quella più lunga esattamente dal 1987 – con l’accusa di essere membro del Partito Comunista laburista siriano – sino al 2000.

In questi lunghi e dolorosi anni di carcere la scrittura per Faraj Bayrakdar è stata un’ancora a cui aggrapparsi, diventando uno strumento di resistenza civile notevole, una possibilità preziosa per non cedere al  disumano stato di detenzione in cui è stato è relegato. Una poetica militante e fieramente tenace di cui la raccolta poetica ‘’Specchi dell’assenza’’ – pubblicata dalla casa editrice Interlinea con la traduzione di Elena Chiti, contenente al suo interno 100 componimenti in versi a cui si aggiungono otto ulteriori testi inediti – rappresenta la più significativa dimostrazione.

Nell’introduzione di questo lavoro di forte valenza simbolica, scritto tra il 1997 e il 2000 ovvero negli ultimi tre anni di detenzione, è lo stesso Bayrakdar a spiegare cosa ha rappresentato per lui in quei frangenti l’atto dello scrivere: «La scrittura in carcere, per me», queste le sue parole, «è stata un atto di resistenza alle condizioni asfissianti della detenzione. È stata una sfida al tentativo di togliere senso al detenuto, anzi di togliere senso e basta, che il carcere rappresenta.

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5 months ago
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[Mattia Lasio]

«Nulla turba e sconcerta più di due occhi vani che dimostrino di non vederci, o di non vedere ciò che noi vediamo».

A pronunciare queste parole è Vitangelo Moscarda, protagonista dell’ultimo, e forse più completo e significativo, romanzo di Luigi Pirandello intitolato ‘’Uno, nessuno e centomila’’ di cui nel 2026 ricorrono i cento anni dalla pubblicazione.

Un’opera, quella dello scrittore di Girgenti classe 1867 Premio Nobel per la letteratura nel 1934, che definire simbolo sarebbe fin troppo ovvio, un’opera che chiamare capolavoro sarebbe quasi scontato seppur estremamente veritiero come giudizio di primo acchito: ‘’Uno, nessuno e centomila’’ è molto di più di commenti lusinghieri, di lodi ed elogi: rappresenta la presa di posizione di un alienato che non tollera più di adempiere a compiti che non ha mai amato, che non vuole tacere davanti all’immagine che le altre persone si sono fatte di lui nel corso del tempo e, soprattutto, è la rivincita – seppur non all’insegna di certo di toni trionfalistici e bonari – di chi ha preso piena consapevolezza delle infinite sfumature dentro di sé e della profonda ipocrisia che caratterizza le persone, soprattutto quelle che si ritengono esenti da critiche e che ritengono di non avere mai commesso sbagli.

Pirandello dà alla luce quest’opera dieci anni prima della sua morte, riuscendo appieno a condensare tutta la sua poetica già espressa intensamente in precedenza nelle raccolte di novelle, nella sua proficua attività teatrale e nei restanti romanzi pubblicati.

Sa come colpire e chi vuole colpire e questo traspare sin dall’incipit dell’opera dove risalta immediatamente lo stato di crisi interiore, profonda, in cui si trova il protagonista Vitangelo Moscarda, ventottenne benestante erede nell’immaginaria città di Richieri della banca del padre defunto, affiancato dai due soci che non tollera di nome Firbo e Quantorzo e da una moglie di nome Dida, che lo soprannomina Gengè, che fa scaturire in lui il dubbio sul significato della propria esistenza rivelandogli di avere il naso pendente.

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5 months ago
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[Mattia Lasio]

Una spinta interiore che non teme barriere e tantomeno limiti, capace di travalicare sensazioni di angoscia e timori celati.

La poesia è questo, oltre che molto altro, e sa regalare emozioni preziose in grado di lasciare un segno profondo nell’animo di chi è veramente in grado di recepirla e farla propria. E se alle emozioni si fa riferimento, è d’obbligo il riferimento a Mercede Mundula poetessa simbolo della letteratura sarda, e non solo, di cui nel 2027 ricorreranno gli ottant’anni dalla morte.

Una poetessa di grande eleganza e intensità, legata visceralmente alla sua città natale ovvero Cagliari, capace di spaziare dall’arte del verseggiare a quella della prosa, senza dimenticare il genere biografico – da sottolineare le biografie che ha realizzato su due donne del calibro di Teresa d’Avila e Giuseppina Strepponi – e la letteratura per ragazzi oltre alle svariate e prestigiose collaborazioni con riviste come ‘’L’Italia che scrive’’, ‘’Nuova Antologia’’ e ‘’La Lettura’’.

La sua è una poetica di grande impatto e al contempo di fine delicatezza che traspare appieno dalla raccolta curata dalle figlie Adriana e Marcella Caboni dal titolo ‘’Poesie’’, pubblicata dalla casa editrice AM&D nel 1997 in occasione dei cinquant’anni dalla sua morte, contenente alcuni componimenti inediti realizzati tra il 1933 e il 1946 e alcune liriche tratte dalle due raccolte ‘’La piccola lampada’’ del 1923 e ‘’La collana di vetro’’ del 1933. A suggellare il tutto spicca il componimento conclusivo ‘’Sa partenzia ‘e Sant’Efis’’ – composto in campidanese con tradizione italiana accanto – ovvero una delle dediche più struggenti al capoluogo sardo, scritta poco dopo i bombardamenti sulla città del 1943 durante il secondo conflitto bellico.

Le liriche di Mercede Mundula – nata a Cagliari nel 1890 e trasferitasi a Roma nel 1912 dopo il matrimonio, città in cui morì nel 1947 – come ricordano nella prefazione le figlie Adriana e Marcella Caboni sono componimenti «dove ancora respirano i sogni e le speranze di una così gentile e delicata poetessa».

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6 months ago
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[Mattia Lasio]

Vivere è un compito delicato. Affascinante e ricco di sorprese, senza dubbio, ma complesso. Vivere pone davanti a scelte, decisioni, incombenze, responsabilità e aspettative.

Stare dietro a tutto questo rischia, letteralmente, di far diventare pazzo persino l’individuo più savio di cui si è a conoscenza o poco ci manca.

A questo punto, forse, meglio osservare il tutto con ironia e disincanto traendo il meglio da ogni momento vissuto. Ironia e disincanto, due degli elementi caratterizzanti la scrittura di una penna del calibro di Stefano Benni, celebre scrittore bolognese venuto a mancare all’età di 78 anni il 9 settembre del 2025.

Ironia e disincanto che traspaiono dalla sua opera in versi ‘’Prima o poi l’amore arriva’’ – pubblicata nel 1981 dalla casa editrice Feltrinelli – dove Benni, dotato di quella leggerezza calviniana che fa la differenza, pone l’accento sui molteplici aspetti, a tratti contraddittori e beffardi, di una quotidianità che capire non è certo scontato.

Sono versi che vanno dritti al punto, privi di inutili orpelli e virtuosismi che appesantirebbero il flusso lirico senza aggiungere nulla, racchiusi in 74 componimenti raggruppati in sette sezioni che compongono un’opera che va in crescendo e che sa divertire e al contempo regalare attimi di grande profondità.

In ‘’Prima o poi l’amore arriva”, componimento con cui si apre la raccolta e che a essa dà il titolo, un Benni sagace e in grande spolvero si fa beffe di Fanfani e dei democristiani, ci ricorda con arguzia che «in amore bisogna saper galleggiare» e si discosta nettamente dagli indifferenti e da chi vive in maniera lasciva.

I suoi strali non risparmiano, seppur con un garbo da vero gentleman, nemmeno relazioni ormai finite come traspare da ‘’L’amore passa’’ in cui ammette senza girarci troppo attorno: «scusami ho usato la nostra canzone per una nuova relazione».

Malinconia e una visione della vita disillusa vengono fuori in ‘’Flipper’’ in cui si legge: «strade sempre vuote dove camminiamo come cani annusando qualche sogno non nostro».

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6 months ago
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[Mattia Lasio]

«Gaza è un’isola. Il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale.

Non spinge alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà». A scrivere queste parole preziose e ricche di significati profondi è Mahmud Darwish il poeta simbolo della Palestina nel suo ‘’Silenzio per Gaza’’ contenuto in ‘’Diario di ordinaria tristezza’’.

Poeta simbolo, nel pieno senso di questo termine talvolta usato erroneamente e con superficialità. Non, però, in questo caso in quanto Mahmud Darwish, al quale si deve anche la stesura della Dichiarazione di Indipendenza Palestinese ovvero il primo documento ufficiale dell’OLP letta da Yasser Arafat il 15 novembre del 1988 in occasione della sessione finale del diciannovesimo Consiglio Nazionale Palestinese, rappresenta concretamente un simbolo di indiscusso spessore per il popolo palestinese grazie alla sua capacità di tradurre in ogni verso scritto il dolore lacerante, la rabbia, la frustrazione e il disincanto che ogni palestinese vive quotidianamente.

Simbolo perché ogni sua parola ha simboleggiato pienamente cosa significa essere un poeta militante che ha fatto delle proprie parole e dei propri versi la propria arma per porre all’attenzione pubblica le istanze della propria gente.

A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, risalente al 2008 all’età di 67 anni, rileggere i suoi componimenti e le sue riflessioni – il tutto racchiuso in una ventina di raccolte poetiche a cui si aggiungono anche alcuni testi in prosa di rilievo – significa toccare con mano e comprendere l’angoscia di chi ha vissuto sulla propria pelle la nakba, di chi si è trovato esule senza punti di riferimento in cerca di un’identità che rischia costantemente di andare in frantumi, di chi ha compreso amaramente che vocaboli come ‘’terra’’, ”paese”, ”Stato”, non sono minimamente scontati e portano con sé sofferenze, dispiaceri e rimorsi per ciò che non è stato e che sarebbe potuto essere se le cose fossero andate diversamente.

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7 months ago
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[Mattia Lasio]

Lascia che bruci, quella candela, non spegnerla, per favore. Così scrive Alessandro Baricco in una delle sue opere più significative ovvero ‘’Castelli di rabbia’’. Sono parole pregnanti che descrivono il fuoco interiore che chi ama davvero qualcosa possiede.

Un fuoco che non perde intensità, un fuoco che non smette di bruciare, nonostante il vento soffi spesso in maniera contraria. Un fuoco che chi fa arte coltiva quotidianamente, tra molteplici avversità, un continuo senso di precarietà e talvolta anche di solitudine senza mai cedere di un millimetro.

Attorno a tutto questo ruota ‘’Lontano dal centro. Cantico errante di un Dj senza tempo’’ il nuovo docufilm del talentuoso regista e fotoreporter Roberto Pili, cagliaritano di 44 anni, incentrato sulla storia di Dj Sputo – al secolo Richard Di Via, 42 anni – uno dei nomi più rappresentativi dell’Hip Hop sardo e non solo, produttore e dj di assoluto spessore che nel suo percorso artistico si è ritagliato un ruolo di primo piano grazie alla sua abilità nel turntablism in cui si è sempre distinto per uno stile assolutamente personale frutto di tanti anni di sacrifici e impegno costanti.

Sacrifici e impegno celebrati nel nuovo lavoro di Roberto Pili, prodotto da Francesco Pili, anticipato da due anteprime su YouTube, pubblicate rispettivamente il 18 e il 22 febbraio, e che verrà presentato ufficialmente a maggio in occasione dell’Hip Hop Cinefest di Roma, durante cui Pili porterà anche la sua mostra ‘’Questione di Stile’’, contenente una ventina di scatti con protagonisti alcuni degli esponenti storici dell’Hip Hop sardo e italiano.

«Ho conosciuto Dj Sputo», racconta Roberto, «intorno al 2011 ai tempi della rivista Art Report e mi ha subito colpito sia sotto il profilo artistico che umano. Richard è una persona autentica, genuina, ricca di empatia.

È un artista di grandissima umiltà e al contempo di consapevolezza del proprio cammino e dei momenti vissuti da protagonista sempre con grande entusiasmo».

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7 months ago
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