Posted On: March 29th 2026, 05:15 pm
Marzo 2020 - l’Italia è il primo Stato occidentale colpito a pieno da Covid. Giuseppe Conte entra in sala stampa in prima serata per annunciare il lockdown su tutto il territorio nazionale. I cittadini restano bloccati tra paura e incredulità. Nessuno conosce la durata. Lui chiede di restare in casa, senza indicare una data di fine.
La frase nasce da un apparente contraddizione fisica - per stringersi di più domani, oggi dobbiamo smettere di stringerci. Conte trasforma la privazione in promessa. Non pronuncia “siete in pericolo” - pronuncia “ci meritiamo qualcosa di meglio e lo avremo”. Il futuro “riabbracciarci” è espresso in forma collettiva - non “potrete abbracciare” bensì “ci abbracceremo”, tutti insieme. Il prefisso “ri” - riabbracciarci - anticipa già la conclusione del racconto. La normalità non è andata perduta, è soltanto sospesa.
Il ritmo del discorso è lento, con silenzi lunghi mai colmati. Il tono di voce resta basso, quasi confidenziale per un’intervista trasmessa a livello nazionale. Quel registro da colloquio privato in un contesto pubblico costituisce la scelta comunicativa principale. Non stava pronunciando un discorso ufficiale - stava rivolgendosi a ciascuno separatamente. La lentezza non tradiva incertezza. Trasmetteva peso, gravità, rispetto verso la richiesta avanzata.
Conte ricorre spesso alla prima persona plurale inclusiva - “noi italiani”, “ce la faremo” - ma, nel momento in cui nomina l’abbraccio, elimina ogni richiamo istituzionale. Sparisce “il governo”, sparisce “le autorità”. Non resta il presidente del Consiglio, resta un uomo che parla ad altri esseri umani di qualcosa che li riguarda tutti.
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