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Ho appena ricevuto una mail dalla mia insegnante di italiano del liceo. La mia insegnate del liceo! Ha letto il libro “tutto d’un fiato”, dice.
È quel tipo di insegnate che ha segnato la mia vita, insieme alla mia maestra delle elementari, al professore di filosofia e a quella di arte. Sono stata un’alunna fortunata, lo so.
Lo ricordo come fosse oggi: avevamo il compito in classe, non ricordo la traccia, oggi si direbbe così, ma ricordo il mio banco, le file davanti a me e la luce che entra dalla finestra. Io che guardo fuori e penso se andare fino in fondo o no. Scrivo e cancello. Ci ripenso. Titubante, timorosa, imbarazzata, ma con un’urgenza dentro. Stavo scrivendo dei miei genitori che si stavano separando, non ricordo come, ma c’entrava con la traccia. Mi chiedevo: avrà senso mettere nel tema la mia vita personale, avrà senso raccontare una cosa così intima? 
Sono le stesse domande che mi pongo oggi, in fondo, mentre sto lasciando andare nel mondo il mio nuovo libro.
La professoressa Marcellina mi diede un bel voto, ma soprattutto mi rassicurò con quello sguardo che cercano i ragazzi e le ragazze adolescenti, che non è uno sguardo di approvazione, ma piuttosto di amore, di accoglienza, un “ti vedo”, un “sento il tuo dolore, la tua fatica” che conta più dei voti e delle cose che si imparano a scuola.
La mail parla del suo sguardo che si posa ancora oggi sui suoi studenti, di quando si alza per sedere accanto a loro e di quando li lascia andare e si fa da parte perché camminino da soli, della fiducia e delle loro risorse che sono sempre superiori alle aspettative. 
A me oggi si chiude una ferita dentro, proprio come allora, grazie a quello sguardo accogliente e rassicurante. Oggi si sciolgono i dubbi di allora che erano gli stessi di oggi, ha senso raccontare una storia così intima? Sì, ne ha. Grazie Professoressa ❤️

#nuovolibro #diciotto #letture #professoressa #scuola taken in Barcelona, Spain by @pointsofview
5
3 years ago
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La filosofia del “se vuoi, puoi” mi ha sempre disturbato. Quando guardo mia figlia, ragazza con disabilità, non penso ad una persona che ce la fa perché vuole o che non ce la fa perché non vuole. Quando penso alla mia esperienza con il cancro, non penso di essere guarita perché l’ho voluto. 

C’è una grande bugia dietro a questa visione della vita e ce la insegnano da piccoli: “se fai il bravo… le cose andranno bene!” La vita poi ci dimostra che quello che ci capita nella vita non dipende da quanto siamo stati bravi, buoni e giusti. Anche nella parte di vita in cui siamo protagonisti, nello studio, nel lavoro, nello sport, c’è sempre un ingrediente su cui non abbiamo potere. Chiamiamolo “fattore c***”, “buona sorte” o “incontro giusto al momento giusto”, ma conta. Anche nelle più straordinarie storie di sport che vengono utilizzate per alimentare la filosofia del “se vuoi puoi”, c’è spesso un incontro che ha segnato un momento di svolta, un coach illuminato, un contesto favorevole, persino un infortunio o un fallimento che diventa la rampa di lancio di un futuro successo. 

Amo leggere di persone con #sindromediDown che conquistano una medaglia, un diploma, un lavoro, io stessa sono una grande divulgatrice di storie, perché credo nel potere che hanno di generare cultura, ma penso sia un po’ sbrigativo attribuirne i meriti alla filosofia del #sevuoipuoi. Lo trovo ingiusto verso chi non ha avuto la stessa "quota fortuna” o le stesse opportunità. Il mio disagio cresce quando se ne parla in merito al #cancro, dove volontà e determinazione non c’entrano nulla. La malattia non si vince con la volontà, né con l’atteggiamento positivo. Io conto di aver chiuso la partita con questa malattia, ma ho visto adulti, ragazzi e bambini lottare con coraggio, che hanno voluto con tutte le loro forze vivere, ma non è bastato. La narrazione dei guerrieri, dei supereroi, del volere è potere è una grande menzogna, se la vita vuole ti dà un’occasione, se vuole se la prende. Senza troppa filosofia.

Penso alle persone con #disabilità, che non vincono una medaglia, non prendono il diploma, non hanno un lavoro e vorrei sapessero che la loro vita non ha meno valore [continua nei commenti] taken in Milan, Italy by @pointsofview
51
4 years ago
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Quando a poche ora dalla nascita di Emma il medico ci disse che nostra figlia aveva la sindrome di Down, l’avevamo tra le braccia. Sembrò facile lì per lì, chiusi in una bolla o forse semplicemente sotto choc. Come se ci avessero detto: “mi spiace ma ha gli occhi marroni, non ha preso gli occhi verdi del nonno, come desideravate.” Non era così semplice, ma a posteriori so che cosa ci aiutò in quel momento: avevamo in braccio Emma, non una diagnosi.
Nel giro di qualche giorno sprofondai: paura, angoscia, senso di colpa. Ciò che non conosci ti paralizza, ciò che non controlli ti disorienta. La mia risalita dal buco nero in cui ero caduta iniziò grazie ad una dottoressa che entrò nella mia stanza d’ospedale durante il turno di notte, aveva delle fotografie tra le mani, erano di suo fratello, un ragazzo con sindrome di Down di cui mi raccontò la storia. Mi attaccai a quella storia come ad una zattera in un mare in tempesta. Dal quel giorno non smisi di cercare storie nel web, nella letteratura, nella cinematografia, certa della loro forza e del loro potere salvifico.
Se potessi scegliere una cosa da dire in occasione del #DownSyndromeAwarenessMonth direi che dietro ad ogni diagnosi, c’è una persona e la sua storia. Vorrei che durante ogni comunicazione ai genitori in sala parto ci fosse un medico disposto a parlare di un bambino e non di un difetto genetico, di fronte ad ogni diagnosi prenatale vorrei che ci fosse l’occasione di parlare delle persone con la sindrome di Down, di conoscerne le storie, piuttosto che soffermarsi solo sulle eventuali patologie connesse alla sindrome, vorrei che ogni insegnate a scuola davanti a un nuovo alunno non si fermasse alle cose che non imparerà mai a causa della sua disabilità, ma che si concedesse la possibilità di conoscerlo e gli desse l’opportunità di giocare la sua partita.
Se penso a tutte le persone con #sindromediDown che ho incontrato nelle mia vita, non ne ricordo le caratteristiche comuni, ma le peculiarità che li distinguono, uno per uno, storia per storia, vita per vita. Provateci anche voi, davanti a una persona con disabilità cercate Valentina, Marco, Andrea, Cristina non la loro diagnosi. by @pointsofview
93
6 years ago
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Ieri mi ha chiamato la scuola di formazione al mondo del lavoro che frequenta Emma. Le lezioni non inizieranno prima di due settimane. Forse. Stanno facendo dei lavori. Proprio in queste settimane. Ho chiesto due volte, perché non ci credevo. La scuola è chiusa dall’8 giugno.

Premetto che Emma è una ragazza che può gestire abbastanza bene due settimane di “nulla” e lo posso gestire io come genitore, ma non è così per tutti i ragazzi, ragazze, e caregiver. 

Dalla mia prospettiva privilegiata, mi sale il veleno. Credevo di aver chiuso con la scuola e invece ci penso da 24 ore e sono molto arrabbiata. Mi chiedo: Comune di Milano fate lo stesso con gli altri alunni e alunne? Ci sono altre scuole che iniziano con due settimane di ritardo per lavori? O solo gli studenti con disabilità (alunni di serie B?) possono stare a casa ad aspettare? Lo sapete che impatto hanno due settimane di ritardo nei nostri figli e nelle nostre figlie? Che impatto ha sulle nostre famiglie una gestione straordinaria, imprevista, comunicata con qualche giorno di anticipo?

Vorrei l’esercito dei “Bianca scusami” a far la rivoluzione, invece che sui social, li vorrei davanti alla scuola o al comune a fare il picchetto. No, non basta lavarsi la coscienza con un post, una condivisione di una storia o andare a teatro a vedere qualche spettacolo abilista, non basta neanche mangiare una pizza “speciale”, servono azioni concrete ogni giorno, servono picconate alle barriere che impediscono alle persone con disabilità di avere una vita un po’ più semplice, senza dover scalare una montagna al giorno, anche quelle che credevano ormai di aver già scalato.

Non ho l’energia per fare nulla, per scrivere al sindaco, all’assessora o per protestare pubblicamente, non ho le forze, a mala pena ho avuto l’energie di incazzarmi qui. Cosa che si rivelerà inutile peraltro. (Continua nel primo commento)

@comune_milano @alexiscapp @beppesala by @pointsofview
24
24 days ago
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Ho chiuso l’estate qui.
La “Rothko Room” della @tate è uno dei miei luoghi del cuore. Ci torno tutte le volte che posso. 
Ero qui a vedere la mostra di Frida Kahlo ma non potevo andarmene senza passare un po’ di tempo qui. Ho avuto la fortuna di arrivare nella sala in orario di chiusura ed era vuota. Qui il tempo si ferma e la connessione con la parte più intima di me è immediata. Ogni volta ritrovo la stessa sensazione di pace e mi faccio una promessa.

Buon inizio anno a noi ♥️ by @pointsofview
1
a month ago
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Quando ero bambina arrivavo a settembre piena di malinconia, l’estate era finita e la scuola stava per cominciare. Mi tenevano allegra gli acquisti in cartoleria, la scelta del nuovo diario e il compleanno imminente.

Mi piaceva la scuola e non vedevo l’ora di rivedere i compagni e le compagne, eppure la sera prima piangevo inconsolabilmente la fine dell’estate e la libertà delle vacanze.

Le cose non sono cambiate molto e quella malinconia è incastrata lì nello sterno.

Non è più la scuola, è il lavoro. Forse non è neanche il lavoro, è il ritmo della vita. Comprerò ancora il diario anche se sarà il calendar a riempirsi dalla prima settimana. E la sera prima dell’inizio dell’anno piangerò l’estate che finisce, anche quando quello che mi aspetta lo amo davvero.

Per anni ho pensato che questa malinconia fosse qualcosa da superare, per “ripartire con la marcia giusta”. Oggi invece la voglio ascoltare. Mi parla di un malessere del nostro tempo. Mi dice che abbiamo bisogno di più margini, e non solo ad agosto. Abbiamo bisogno di un ritmo che ascolti i nostri corpi e non solo le scadenze.

Il rientro dalle vacanze ha una promessa implicita: siamo ricaricati, quindi possiamo fare tutto quello che abbiamo rimandato, gli impegni presi con un “ne parliamo a settembre”. Il conto arriva in fretta, quando l’energia delle ferie è già finita.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Oggi penso che il problema sia il calendario che ci siamo dati: undici mesi di accumulo e uno di scarico non è un ritmo sostenibile.

Per prendersi cura di sé non basta spegnere tutto per tre settimane ad agosto. Servono pause dentro i mesi, non solo alla fine dell’anno. Serve poter dire “non ora” senza sentirsi in colpa. Serve “vita lenta” quando ne abbiamo bisogno, non nei post di Instagram.

Non significa arrivare a fine anno senza aver dato il massimo, né rifiutare la fatica. Significa distribuirla, invece di accumularla fino a quando l’unica soluzione sembra il collasso di dicembre o la fuga di agosto.

Non voglio rimpiangere agosto tutto l’anno, ma portare dentro l’anno un po’ della lentezza che chiediamo solo alle vacanze. by @pointsofview
16
a month ago
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Sono aperte le candidature per venire in viaggio con noi l’anno prossimo! 🇰🇭 by @pointsofview
32
a month ago
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Giuro che c’ero anche io! 🇨🇳 by @pointsofview
9
a month ago
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L’ultimo giorno di vacanza, solitamente a cena, abbiamo un rito: giochiamo al “cosa ti è piaciuto di più”. Ripercorriamo il viaggio e dichiariamo le nostre classifiche: il miglior ristorante è sempre la prima cosa, mangiare sembra la priorità di famiglia. Poi ci sono i posti, le attrazioni e qualche altra categoria che definiamo di viaggio in viaggio.
A cena l’altra sera Emma, Giulia ed io abbiamo ripercorso questi giorni meravigliosi e scelto i nostri “best of” incredibilmente all’unanimità. Qualche piccola negoziazione, ma davvero insignificante. La Cambogia ci ha messe tutte d’accordo. 
Ve la lascio qui, consideratela una mini-guida se vi capiterà un giorno di andarci. Preparatevi a innamorarvene e a tenerla nel cuore per sempre.

🍚 Ristoranti
Dumpling Empire, Phnom Penh
Footprint Cafes, Siem Reap
Jaan Bai Restaurant, Battambang 

🛕Templi 
Ta Prohm
Banteay Srei (il mio preferito, ma ero in minoranza) 
Baphuon 

Angkor Wat (incredibilmente medaglia di legno, forse se avessimo visto l’alba sarebbe stato diverso)

📍Luoghi d’interesse 
Museo del Genocidio, Phnom Penh (devastante, ma necessario)
Wat Pnom Pagoda, Phnom Penh
Banan Phnum Sanpov, Battambang (alias milioni di pipistrelli che escono da una grotta al tramonto, per circa mezz’ora, per poi ritornarci prima dell’alba)

🤸‍♀️Attività
Corso di cucina, Battambang
Delfini del Mekong, Kampi 
Bamboo train, Battambang

❤️ Il Grand Prix della vacanza lo vince Sam So, la nostra guida ai templi di Angkor. È una storia bellissima la sua, fatta di impegno, studio, passione per il suo lavoro. Ha studiato italiano a Siena grazie a una borsa di studio del Rotary e ancora oggi è legatissimo alla famiglia che lo ha ospitato e all’Italia. Al mattino la sveglia suona alle 5, va a camminare, poi va a insegnare italiano o le altre lingue che conosce (almeno 4 oltre al Khmer) per condividere il suo sapere con i colleghi. Fa colazione con la moglie e va al lavoro, accompagna i viaggiatori con passione e cura. Abbiamo incontrato decine e decine di guide, custodi dei templi, e personale di servizio di ogni genere, tutti lo conoscono e tutti gli vogliono bene. Essere state accompagnate da lui è stato un privilegio assoluto. by @pointsofview
5
2 months ago
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Humans of Cambodia 🙏🇰🇭 taken in Phnom Penh, Cambodia by @pointsofview
4
2 months ago
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Incrociare le agende di tutta la famiglia è diventata una missione impossibile. Quattro su cinque hanno un lavoro e ferie da concordare. Ognuno di noi ha desideri diversi. 
Cesare vuole solo andare in Giappone, Paolo manda da mesi reel della Norvegia, Giulia ha un’unica regola “non tornare dove siamo già stati”, Emma desidera stare tutti insieme e mangiare bene, io voglio come al solito accontentare tutti. Il rischio è che per trovare un compromesso si parte per una destinazione dove nessuno voleva andare, il paradosso di Abilene. Anche per quest’anno abbiamo scampato il viaggio ad Abilene e siamo andati in Cina. Un pezzettino di Cina s’intende, e tra Shanghai Pechino e Xi’an l’unica Cina vera probabilmente è stata Xi’an, il posto che abbiamo amato di più.
Siamo stati bene e le foto sono bellissime, ma non racconteranno tutto. Non raccontano soprattutto quando abbiamo bisticciato per un DiDi da 4 posti invece che da 6, quando ci siamo divisi perché Giulia voleva andare al mercatino dell’antiquariato, Emma doveva fare un ultimo regalo, Paolo voleva comprare una valigia, Cesare voleva tornare in albergo e stare finalmente un po’ da solo. Ma soprattutto non raccontano del peggior ristorante del viaggio, quello acclamato nei TikTok con i migliori ravioli al sesamo della città che poi sono dei ravioli al peanuts butter che ti allappano la bocca che neanche la coca cola ti dà sollievo. Non esistono famiglie del Mulino Bianco, né viaggi perfetti e instagram non racconta la vita. Ma eccoci qui, in vacanza insieme ancora una volta, con gli occhi pieni di cose belle, mille sapori nel palato, rullini pieni di foto da riguardare in loop e la consapevolezza che le uniche vacanze che hanno senso per me sono quelle in cui non mi riposo, ma scopro un pezzo di mondo. Cina, ci rivediamo presto, non ho finito con te. by @pointsofview
19
2 months ago
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Nel 1983 i guerrieri di terracotta arrivarono a Venezia, a Palazzo Ducale. Era il debutto ufficiale in Europa dopo la straordinaria scoperta nel 1974. Ci andai in gita con la scuola, inconsapevole che il co-curatore di quella mostra era quello che sarebbe diventato il mio maestro.
All’università il corso di Storia dell’arte dell’Asia Orientale era il mio preferito. Il professore metteva le lezioni alle 18 del martedì e alle 8 del mercoledì, un filtro perfetto. La classe piena il primo giorno si svuotava gradualmente, e rimanevano solo quelli che avrebbero scelto Arte come indirizzo. L’esercito di terracotta fu una delle prime lezioni, e raccontato da lui con le immancabili diapositive, fu un’immersione totale: storia, arte, cultura cinese e la meraviglia di qualcosa che era solo appena cominciato per me.
40 anni dopo sono arrivata davanti a quell’esercito, a Xi’an. E ho sentito nelle orecchie ancora le sue parole.
C’è qualcosa di bellissimo nell’unire i puntini della propria storia quando capisci che una gita scolastica, un professore incontrato sulla tua strada, una lezione alle otto del mattino che avresti potuto saltare (dopo i bagordi nei bacari di Venezia della sera prima), erano già parte di un percorso che non sapevi di stare facendo. Da quell’aula di Ca’ Foscari alla meravigliosa Xi’an: un’intera vita.
Qin Shi Huang aveva costruito quell’esercito per sconfiggere la paura della morte, per portare con sé nell’eternità il suo potere. Ottomila guerrieri, ognuno con un volto diverso, un nome mai scritto. L’ossessione per l’immortalità diventa patrimonio dell’umanità. Paradossalmente il modo più potente per restare per sempre.
Davanti a quei guerrieri… la meraviglia, la gratitudine, e la sensazione precisa di essere esattamente dove dovevo essere. Ho pianto, ho scritto un messaggio di gratitudine al mio maestro e ho abbracciato la mia famiglia. 
“Quando siete felici, fateci caso.” by @pointsofview
16
3 months ago
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