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A cura di @gabrirossetto
Ascolta TWENTYFOUR.
Il primo daily podcast sul basket in Italia. 
Per chi vive di pallacanestro a ogni ora del giorno.
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La pallacanestro, a me, migliora la vita ogni giorno. 

E per questo ho provato ad immaginare un luogo, più o meno dell’anima, che potesse farsi casa di chiunque provi qualcosa di simile. 

Ne è uscito TWENTYFOUR. 
Un podcast per chi vive di pallacanestro a ogni ora del giorno. 

Uscirà dal lunedì al venerdì, intorno alle 8:00, su tutte le principali piattaforme di streaming e ogni giorno proverà a raccontarvi il basket delle precedenti ventiquattro ore. 

Questo progetto crescerà, evolverà episodio dopo episodio e ogni giorno cercherà di essere migliore del giorno prima. Ma nel frattempo proverà soprattutto a non prendersi troppo sul serio.

Perciò ascoltatelo, criticatelo, supportatelo. 
Costruiamolo insieme. 

È già online l’episodio 0. 
Noi ci sentiamo a partire da domani. 

Ciao a tutti. by @trashtalking.it
11
a year ago
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Cecilia Zandalasini giocherà una finale WNBA, di nuovo. 
E stavolta lo farà da assoluta protagonista.

Ieri notte le Golden State Valkyries hanno vinto gara 3 a Las Vegas 87-77 dopo un supplementare e hanno spazzato via 3-0 le Las Vegas Aces campionesse in carica, quelle che negli ultimi quattro anni hanno vinto tre titoli, di A’Ja Wilson, fresca vincitrice del suo quinto premio di MVP. 

Il 17 ottobre, al Chase Center, cominciano le Finals contro Atlanta.

Zandalasini ha trent’anni ed è nata a Broni, provincia di Pavia. Un anello WNBA ce l’ha già al dito, quello di Minnesota del 2017, e lo ha vinto a ventun anni giocando due minuti e due decimi di media nei playoff, da ultima arrivata di un gruppo che vinceva anche senza di lei. 

Nello stesso anno, all’Europeo, è stata la seconda miglior marcatrice del torneo e l’hanno messa nel quintetto ideale della manifestazione.

Poi la WNBA se l’è ripresa indietro. 

Nel 2019 è rimasta fuori tra nazionale e caviglia, nel 2020 ha rinunciato alla stagione nella bolla, e per i tre anni successivi non è più tornata. 

Cinque stagioni intere senza mettere piede in quella lega, passate a giocare e a vincere in Turchia e in Italia, tra Fenerbahçe, Galatasaray, la Virtus Bologna e Schio.

Nel 2024 si è ripresentata a Minneapolis a ventotto anni con un contratto da training camp, cioè senza nessuna garanzia di restare, e il posto se l’è preso. 

A dicembre di quell’anno Minnesota l’ha lasciata andare all’expansion draft di una franchigia che non aveva ancora giocato una partita in vita sua.

Quella franchigia, due stagioni dopo, è in finale. 

E questa volta lei non guarda. 

37 partite quest’anno, 34 da titolare, 8,6 punti di media diventati 8,8 nei playoff. 

In gara 1 contro Dallas ne ha segnati 22 tirando 7 su 11 con quattro triple, nella notte in cui le Valkyries hanno messo a referto più punti di sempre in una loro partita di playoff.

Nove anni fa un titolo WNBA lo ha visto vincere dalla panchina. 
Il 17 ottobre scende in campo per giocarselo, in casa sua, dall’inizio.
E noi tutti saremo lì a tifare per una ragazza di Broni.

Forza Ceci. by @trashtalking.it
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7 days ago
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Se ritenete di essere inutili, sappiate che questi sono i bodyguard di Shaq stasera a Kaunas per la partita dello Zalgiris. by @trashtalking.it
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17 days ago
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Fa ancora un discreto effetto. by @trashtalking.it
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18 days ago
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Dalla squadra del liceo, alla Baton Rouge High School, Bob Pettit fu tagliato due volte.

Si considerava goffo e troppo alto, e alla pallacanestro era arrivato tardi, al terzo anno di liceo. 

Dopo quei due tagli cominciò ad allenarsi da solo, nel cortile dietro casa dei genitori, con il canestro illuminato dalla luce che usciva dalla finestra di una camera da letto. 

“Tiravo per ore e ore. Ho imparato per tentativi ed errori. Ripeti, ripeti, ripeti, e alla fine qualcosa impari.” 

A suon di errori, poco dopo, con quel liceo, vinse il titolo statale.

È morto ieri, a 93 anni.

In mezzo c’è stata una carriera fatta di primati. 

Primo MVP della storia della NBA, nel 1956. 
Primo uomo a superare i ventimila punti in carriera. 
Primo a segnare 50 punti in una partita di finale, in quella Gara 6 del 1958 che regalò agli Hawks l’unico titolo della loro storia e che rappresenta l’unica volta, tra il 1957 e il 1966, in cui Boston non vinse il campionato. 

Tra i primi cestisti in assoluto ad allenarsi con i pesi. E l’uomo da cui comincia il ruolo dell’ala grande come lo conosciamo, perché mentre i centri giocavano di spalle al ferro lui si girava, affrontava il canestro e andava dentro.

11 stagioni, 11 convocazioni all’All-Star Game, due titoli di MVP, quattro MVP dell’All-Star Game, che è ancora oggi il record, condiviso con Kobe Bryant. 

Ha chiuso ogni singola stagione in doppia doppia di media, con 26,4 punti e 16,2 rimbalzi in carriera: solo Wilt Chamberlain e Bill Russell hanno una media rimbalzi più alta della sua nella storia del gioco.

Si è ritirato nel 1965, a 32 anni, avvisando il proprietario con due anni di anticipo perché una banca della Louisiana gli aveva offerto un posto. 

Il trofeo di MVP oggi porta il nome di Michael Jordan. Il primo giocatore che se l’è portato a casa, nel 1956, è un ragazzo di Baton Rouge che dalla squadra del liceo era stato tagliato due volte.

Ve ne ho parlato nella puntata odierna di TWENTYFOUR. Una puntata speciale con tre addii a tre persone che il mondo dello sport, l’hanno lasciato migliore di come l’avevano trovato. Sarei felice di leggere i vostri pensieri su Spotify. 

Buon ascolto. by @trashtalking.it
2
21 days ago
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Una persona che fa parte della grande famiglia dello sport la riconosci subito. 

La guidano valori che dirigono la sua vita con se stessa e in mezzo agli altri. 

Ha un fuoco dentro che gli altri non hanno, e che la scalda anche nei momenti più difficili. 

Si emoziona quando vede la grandezza compiersi davanti ai suoi occhi, cercando di raggiungerla ma senza mai toccarla per non intaccarla. 

Se poi, però, quella persona dovesse avere un dono, beh, allora quel suo stesso essere così speciale sarebbe in grado di elevare tutti gli altri membri di questa grande famiglia. 

Perché non è mai stata e mai sarà la forma, il colore o le dimensioni di una palla a privarci di quella elevazione, della grandezza di raccontare la grandezza senza coprirla. 

A privarcene però, è stata una malattia. 

Elena Pero, una delle voci più importanti del tennis mondiale, non c’è più. 

Lei che con la sua competenza, la sua classe, l’eleganza, il suo timbro così speciale ha reso il tennis di casa per tutti noi, con quella pacatezza, quella sobrietà dei toni così tanto un miraggio oggi. 

Chi urla lo fa per riempire il rumore del proprio silenzio. 

Lei, invece, di quell’assenza di rumore, di quel sacro silenzio ha fatto, di quella scelta sempre corretta della parola giusta è riuscita a farne una carriera oltre lo straordinario. 

Proprio come tutti i grandi, come tutte le grandi, che da lei hanno avuto l’onore di essere commentati. 

La tua voce continuerà ad essere con noi. 

Così come tutti i nostri più bei ricordi di Tennis, che quella voce speciale, la portano addosso. by @trashtalking.it
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22 days ago
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Il 21 settembre 1991, in una partita nel nord della Francia, Richard Batum subì un fallo e andò in lunetta per tirare due liberi. Crollò prima di tirarli, per un aneurisma. 

Suo figlio Nicolas aveva due anni ed era in tribuna, e racconta di ricordare ancora il momento in cui il padre è caduto, le televisioni intorno e la madre che piangeva.

Lunedì scorso, 21 settembre 2026, trentacinque anni dopo, Nicolas Batum ha annunciato il ritiro. 

Lo ha fatto con un video girato nella palestra di Pont-l’Évêque, in Normandia, dove è cresciuto, parlando con suo figlio Ayden. Gli dice che quando hai giocato tanta pallacanestro quanta ne ha giocata lui, a un certo punto devi sapere quando fermarti, e spiega di aver voluto vivere con lui i momenti che con suo padre non ha potuto avere.

Diciotto stagioni in NBA, 1.205 partite, 877 da titolare, e mai un All-Star Game. Scelto con la 25 nel 2008, titolare a Portland dalla quarta partita della sua carriera, perché Brandon Roy e Nate McMillan avevano capito subito quanto leggesse il gioco e quanto poco gli interessasse la scena. 

Nel 2016 Charlotte gli ha fatto un contratto da 120 milioni, nel 2020 lo ha tagliato, e lui è ripartito dai Clippers al minimo salariale, fino a giocare da centro nei playoff del 2021 a due metri e un centimetro.

Con la Francia, dove lo chiamano Batman, ha vinto un oro europeo, un bronzo mondiale e due argenti olimpici. Il 5 agosto 2021, in semifinale a Tokyo, con la Francia avanti di un punto sulla Slovenia di Dončić negli ultimi secondi, è arrivato da dietro a inchiodare contro il tabellone il tiro di Klemen Prepelič. Finì 90-89, con una delle stoppate più belle e pesanti del nostro basket. 

Trentacinque anni fa, il 21 settembre, Nicolas Batum era in tribuna quando suo padre crollò sul parquet prima di tirare due liberi. Il 21 settembre di quest’anno ha smesso di giocare seduto in palestra accanto a suo figlio, per passare con lui tutto il tempo che a lui non è stato concesso.

Ve ne ho parlato ieri nella puntata 238 di TWENTYFOUR, il primo daily podcast italiano sul gioco più bello del mondo. 

Buon ascolto. by @trashtalking.it
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24 days ago
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Questa non pensavo ve l’avrei mai scritta, ma con Shaquille O’Neal non si può escludere niente.

Giovedì 17 settembre, a Quantico, in Virginia, l’FBI ha tenuto la cerimonia di diploma della sessione 299 della sua National Academy, un corso di dieci settimane attivo dal 1935 per i dirigenti delle forze dell’ordine. 

I diplomati erano 265. 
Uno di loro, era The Diesel. 

E davanti a 264 dirigenti di polizia appena diplomati, Shaq ha dato il suo primo ordine da agente speciale. 

“Se vedete Charles Barkley, arrestatelo”.

Ve ne parlo nella puntata odierna di TWENTYFOUR, il primo daily podcast italiano sul gioco più bello del mondo. 

Buon ascolto. by @trashtalking.it
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25 days ago
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Sul braccio destro DeMar DeRozan ha tatuata una domanda. 

Perché mai dovrebbero interessarsi a te?

Se la sentì dire da bambino, a Compton, come se quello che stava passando non contasse niente, e se la fece scrivere addosso per non dimenticarsela più. 

Oggi ha trentasette anni e passa le giornate a dire ai ragazzi la frase esattamente opposta: tu conti.

A luglio Sacramento lo ha tagliato dopo due anni, nonostante 18,4 punti di media e 77 partite da titolare, e lì si è fatto le domande che si teneva lontane. 

Sono vicino alla fine? 
È tutto qui? 
Cosa viene dopo? 

A settembre ha firmato con Denver, un anno e 3,9 milioni, diciottesima stagione, dopo una telefonata di Jokić, Gordon e Murray.

Quando resta solo si ripete una frase. 
It’s almost over, sta quasi per finire. 

E la usa per ricordarsi di giocare con urgenza e arrivare poi in pace al momento di andarsene.

Nel 2018 fu lui ad aprire in NBA il discorso sulla salute mentale, raccontando la depressione con cui convive. Ha scritto un libro, Above the Noise, e ha una serie, Dinners with DeMar, in cui si siede a cena con qualcuno e gli chiede come sta davvero. 

A fine luglio, in una steakhouse di Los Angeles, aveva davanti Lonzo Ball e gli ha chiesto di sua madre Tina, che ha avuto un ictus. Ball si è bloccato e ha iniziato a piangere. DeRozan è rimasto fermo, senza riempire il silenzio e senza chiedergli se gli serviva un minuto. 

I due numeri che si porta in testa: negli Stati Uniti gli uomini sono quasi l’80% delle morti per suicidio, e per la prima volta i giovani uomini neri muoiono per suicidio più dei coetanei bianchi. 

Ha provato a entrare nei programmi pubblici della California dedicati ai ragazzi, ma le agende col governatore non hanno coinciso e adesso riparte dal Colorado.

Un padre, una volta, gli si è avvicinato per dirgli che suo figlio aveva pensieri suicidi finché non ha sentito la sua storia.

Nella puntata di ieri di TWENTYFOUR vi ho parlato di che essere umano straordinario sia DeMar DeRozan. 

Buon ascolto. 

E qualunque sia la tua battaglia, da ovunque origini e per quanto possa sentirti solo in questo mondo, non lo sei. 

Ti voglio bene. by @trashtalking.it
9
a month ago
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Los Angeles, abbiamo un problema. 
Anzi, due.

Il 2 settembre la NBA ha punito i Clippers per aver aggirato il tetto salariale nel caso Kawhi Leonard: trenta milioni di multa, cinque prime scelte dal 2029 al 2033, Steve Ballmer e Gillian Zucker sospesi un anno, Lawrence Frank sei mesi. 

Sopra c’è anche il Dipartimento di Giustizia, che secondo il New York Times ha avviato le fasi preliminari di un’indagine penale affidata alla procura di Brooklyn.

Stanotte è arrivato il secondo. 

Mark Walter, che i Lakers li ha comprati nel giugno 2025 per dieci miliardi, è finito con Delaware Life, Clear Spring, TWG Global e Guggenheim Partners dentro una class action per frode depositata da un pensionato della Florida di sessantasette anni.

L’accusa riguarda le rendite vitalizie: il cliente versa il risparmio di una vita, la compagnia lo investe in attività sicure e per legge deve dichiarare ai regolatori ogni investimento in società collegate a sé stessa. 

Delaware Life e Clear Spring ne dichiaravano il tre per cento. 
Secondo la causa era il quarantadue, quasi diciassette miliardi finiti dentro la rete di affari di Walter. Le società hanno definito la differenza un errore interno di classificazione.

Quel fondo, sempre secondo la causa, è servito a comprare i Dodgers nel 2012 e la maggioranza dei Los Angeles Lakers nel 2025. La class action potrebbe coprire centinaia di migliaia di persone, quasi tutti pensionati. 

Non è la prima: nel 2014 due assicurati depositarono accuse quasi identiche e ritirarono tutto il giorno dopo, senza spiegazioni.

Martedì, al Board of Governors, ad Adam Silver avevano chiesto proprio di Walter. Ha risposto che avevano fatto il percorso di sempre, parlando con le agenzie governative, col settore assicurativo e con le altre leghe in cui ha investimenti, e che red flag non ne avevano trovate.

Il 2 settembre Silver ha punito i Clippers per quello che aveva fatto il loro proprietario. 
Il 15 ha garantito per quello dei Lakers. 
Oggi una causa federale sostiene che i soldi con cui i Lakers sono stati comprati arrivassero dalle polizze di centinaia di migliaia di pensionati americani.

Ve ne ho parlato nella puntata odierna di TWENTYFOUR. by @trashtalking.it
1
a month ago
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Ai Clippers, dal 2017 al 2025, il numero 3 non lo ha indossato nessuno.

Non c’era una regola a impedirlo, perché i Clippers sono l’unica squadra NBA che non ha mai ritirato una maglia. 

Dopo che Chris Paul era stato ceduto a Houston, quel numero è rimasto lì, libero, per otto stagioni. Era il modo più silenzioso che avessero per dire a chi apparteneva.

Nel luglio 2025 Paul è tornato a Los Angeles per l’ultima stagione della sua carriera, e il 3 addosso ce l’aveva Bradley Beal, che lo portava dai tempi di Washington. 

Nessuno a lui ha chiesto niente: appena ha saputo che poteva arrivare Chris, Beal ha detto che voleva dargli il suo numero. Lo ha raccontato Lawrence Frank il 22 luglio, aggiungendo che Paul non lo sapeva ancora.

Il 3 dicembre i Clippers erano in trasferta ad Atlanta. Paul ha scoperto di essere stato mandato a casa alle tre di notte, scrollando sui social.

A febbraio, ospite di Carmelo Anthony a 7PM in Brooklyn, Paul ha aggiunto un dettaglio: Frank, prima di mandarlo via, gli aveva detto che i Clippers volevano ritirare la sua maglia. Parole sue, «me lo ha detto prima di rispedirmi a casa».

Il 13 febbraio si è ritirato, a quarant’anni, dopo ventuno stagioni. 

12.552 assist, secondo di sempre solo dietro John Stockton, secondo di sempre anche nelle palle rubate. Dodici All-Star Game, undici quintetti All-NBA, cinque titoli da miglior assistman e sei da miglior ladro di palloni, primo nella storia a superare 20.000 punti e 10.000 assist. È ancora oggi il miglior assistman nella storia dei Clippers.

Da ieri, però, sul negozio online della franchigia, si comprano le maglie di Bradley Beal con il numero 3.

Un modo di continuare a trattare una leggenda che solo loro potevano portare avanti. 

Ma d’altronde, c’è sempre scritto Clippers.

Ve ne parlo nella puntata odierna di TWENTYFOUR, il primo daily podcast italiano sul gioco più bello del mondo. 

Buon ascolto. by @trashtalking.it
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a month ago
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Nel 2024 le Atlanta Dream scelgono Matilde Villa al Draft WNBA, con la 32esima chiamata assoluta.

Lei resta in Italia a giocare e a crescere, e Atlanta si tiene i diritti aspettando il momento buono. Quel momento, però, non arriva mai. 

Nel maggio del 2025 si rompe il crociato in un’amichevole della nazionale, salta l’Europeo del bronzo storico e resta ferma nove mesi.

Nell’aprile di quest’anno, con lei appena rientrata in campo a Venezia, le Dream rinunciano ai suoi diritti. A ventun anni, il sogno americano sembrava rimandato a data da destinarsi.

Poi Berlino.

Il primo canestro dell’Italia a un Mondiale dopo trentadue anni lo segna lei. Chiude il torneo con 10 punti di media in venticinque minuti a partita e il 43% dal campo, con 14 punti all’esordio contro la Cechia e 15 contro la Cina.

Ieri le Atlanta Dream hanno annunciato di averla firmata.

È un contratto di sviluppo, lo strumento introdotto dall’ultimo accordo collettivo: si allena e viaggia con la squadra, può giocare fino a dodici partite di stagione regolare, e nel corso dell’anno il contratto può diventare uno standard. Ma soprattutto, chi chiude la stagione così può essere trattenuta dalla propria squadra con una qualifying offer, e a quel punto Atlanta avrebbe i diritti esclusivi su di lei per il 2027.

Non è ancora la WNBA piena. 
Ma è la porta d’ingresso perfetta. 

E arriva in un buon momento, perché le Dream erano ferme a 26 vittorie e 14 sconfitte, quarte in classifica, con i playoff già in tasca per la quarta stagione di fila e 4 partite da giocare.

Ve ne ho parlato nella puntata odierna di TWENTYFOUR. 

Buon ascolto. 

E buona fortuna Matilde, anche se con tutto quel talento, la fortuna serve a tutte le altre. by @trashtalking.it
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