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𝐄𝐬𝐩𝐥𝐨𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐨𝐬 𝐞 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 ✨
Libri, immagini e riflessioni da una vita in movimento.
𝐋𝐞𝐠𝐠𝐨 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐠𝐨.
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Il campanile

Da bambino lo guardavo col naso all’insù.

Il campanile del Duomo di Messina è uno di quei punti della città da cui prima o poi si passa tutti.
A mezzogiorno diventa un rito collettivo: il leone dorato che ruggisce, il gallo che canta, le figure che si muovono lentamente. Tutto succede a pochi passi dallo Stretto. La piazza si ferma, gli occhi si alzano: si assiste a qualcosa che sembra incantato.

Da piccolo quelle figure mi sembravano vive. Un mistero alto sopra la città. Non capivo cosa succedesse lassù, vedevo solo il movimento e il suono delle campane.

Salire sul campanile è un’altra storia.

Le scale sono strette e con i suoi 235 gradini la salita è un piccolo pellegrinaggio personale. La piazza resta sotto come un rumore ovattato. Dentro, il tempo ha un odore preciso: ferro, pietra, polvere.

A ogni piano compaiono le campane, enormi, sospese nel silenzio. Poi gli ingranaggi: ruote dentate, contrappesi, aste che si muovono come archi di violino. Un organismo meccanico che continua a respirare.
Quello dell’orologio astronomico di Messina è uno dei campanili più importanti al mondo. Le statue che da sotto sembrano leggere qui rivelano il loro peso. Il leone, il gallo, Dina e Clarenza, gli apostoli. Le guardi da dietro, come quando entri nel retro di un teatro.

Il terremoto del 1908 aveva quasi cancellato Messina. Anche il Duomo e il campanile sono tornati in piedi, come se alcune cose non potessero davvero sparire.

Poi arrivi in alto.

Dal belvedere la città si apre tutta insieme: il Santuario di Cristo Re, la chiesa di Montalto, la Madonnina della Lettera che guarda lo Stretto, la città che si allunga fino al Pilone di Torre Faro.

Da lassù Messina si capisce meglio. Strade larghe, spazi aperti, architettura che respira luce e aria.

Resto affacciato qualche minuto. Il mare sotto, le campane sopra, gli ingranaggi del tempo pochi metri più giù.

E mi torna in mente quel bambino che guardava il campanile senza capire bene cosa succedesse lassù.
Da lontano tutto sembrava magia, e oggi so che dentro c’è un mondo intero. taken in Campanile del duomo di Messina by @wondergiu_
45
7 months ago
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Aprirsi

Aprirsi non è mai solo un gesto.
Secondo me è una direzione ben precisa, mirata. Una scelta che arriva quando smetti di temere i fantasmi del passato e inizi a guardarli in faccia. 
Anche quando bussano ancora, anche se sai che potrebbero tornare. 
Aprirsi, allora, diventa un modo per dire: “sono qui, così come sono, e va bene così”.

Ci sono stati momenti in cui nascondermi mi sembrava l’unica via, al lavoro, nella vita, anche qui. 
Ma oggi questo spazio si apre. 
Per mostrarsi, certo, ma anche per lasciare andare. 
Perché ciò che resta chiuso non respira. 
E io, adesso, ho bisogno di aria. 
E di lasciar fluire parole che mi attraversano mentre continuo a cercare lo stupore. 
Senza più paura.

Il profilo diventa pubblico. 
Ma la vera apertura è un’altra: quella che faccio dentro. 
Non so dove mi condurrà questo gesto, né chi davvero incontrerà queste parole. 
So solo che ogni passo verso fuori è anche un passo verso dentro. 
Per sentirsi un po’ più liberi. 
Un po’ più veri.

Certo, resta anche la paura: quella di riaccendere un faro su contatti tagliati da tempo, su zavorre che in questi anni ho lasciato andare con sollievo. 
Ma farlo restando nascosto non avrebbe senso. 
Perché se c’è un’apertura, dev’essere piena. Senza mimetismi. 

Oggi so che la vera forza sta nel mostrarsi senza maschere, nel trasformare le ferite in coraggio, e nel costruire spazi in cui l’autenticità possa finalmente respirare. Libera. by @wondergiu_
55
a year ago
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Il momento di svegliarmi

Sta succedendo anche a me.
Non faccio altro che entrare qui e controllare chi ha detto o fatto cosa.
Ogni due per tre rivolgo lo sguardo allo schermo del telefono, e questo non va bene. Non sono io. Mi sento costantemente smanioso di mostrare qualcosa in cambio di un consenso che possa gratificare un ego che ha assunto contorni che non conoscevo. Questa parte di me non mi piace e mi spaventa. Ho bisogno di tornare a guardare il cielo e il mondo intorno a me. E voglio riprendere a cercare le cose che mi incuriosiscono e quelle che ancora non conosco, senza lasciare che un algoritmo decida per me solo in base all’umore di un momento più o meno lungo. Torno indietro. Camminare, leggere, cantare, sorridere al sole, ascoltare musica e fare l’amore. 
In ordine sparso. by @wondergiu_
36
2 years ago
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Let Down

Giorni in cui il mondo continua a muoversi e noi sembriamo rimasti indietro. Passano le ore, ripetiamo gesti, ci sforziamo di tenere gli occhi aperti, viviamo una vita che a tratti ci sta stretta, con l’impressione di diventare invisibili persino a noi stessi. Let Down dei Radiohead suona di questa distanza: una malinconia che si deposita sulle cose come polvere, insieme alla paura latente di lasciarsi sfuggire la propria vita. L’ho sempre amata per quel ritmo irregolare, così particolare, capace di spiazzarti e trascinarti altrove. Le strofe in cinque quarti, il ritornello in quattro, la musica che sembra cercare sempre un’altra strada, facendoti quasi perdere l’equilibrio. C’è il senso del sentirsi abbandonati, fuori posto, schiacciati dal peso delle cose. E poi quelle parole lì, tatuate sulla pelle: ali che potrebbero spuntare un giorno, una trasformazione capace di sollevarci da terra e farci lasciare tutto alle spalle. La ascolti e, a un certo punto, l’aria cambia. Un’esile luce, una possibilità che ancora non ha nome. Il presentimento che non tutto sia perduto. Un desiderio di vita proprio nel punto in cui sembra venir meno. 
Let Down riesce a farmi venire un crampo al cuore e a scioglierlo nello stesso istante.

#LetDown #Radiohead #RadioheadFans #AlternativeRock #MusicIsLife by @wondergiu_
41
2 days ago
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Bestiola

Cosa succede quando un dolore entra nella vita e la modifica per sempre? Jonathan Bazzi parte da due gatti, qualcosa di apparentemente piccolo, domestico, e lo trasforma in un universo. Mirtilla e Purè sono affetti, abitudini, casa, famiglia. Quando uno di loro muore, cambia l’equilibrio di tutte le cose.

C’è il bisogno di prendersi cura, di essere importanti per qualcuno, di costruire una famiglia attraverso legami che sfuggono alle definizioni abituali. Esserci per un altro essere vivente, misurare la propria vita anche sulla sua. Voleva scrivere un romanzo su Mirtilla, poi la storia ha preso un’altra strada, aprendosi al lutto, alla precarietà, alla paura di dover lasciare casa, ai social, al narcisismo, al blocco dello scrittore e alla solitudine. Il legame tra esseri umani e animali, così presente anche nella vita di molti scrittori e pensatori, diventa una porta d’accesso a qualcosa di più grande: una storia intima che finisce per parlare di tutti noi.

Il dolore convive con la rabbia, la paura, l’ironia, la vergogna, le ossessioni. La vita continua, assurda e quotidiana, perfino ridicola, mentre qualcosa dentro si spezza. È questa alternanza a rendere il libro ancora più vero: alcune pagine raccontano anche di me. Mi sono sentito meno solo nelle mie autostrade mentali. Quanto misura la distanza tra il desiderio di salvare qualcuno e il limite dell’amore? Per chi perde un gatto manca persino una parola. Vedovo? Orfano? A un certo punto ho letto «amputato»: qualcosa è stato reciso e il corpo continua a sentirne l’assenza.

Scrivere. Non resta che scrivere. Ma come si racconta una storia in cui, almeno in apparenza, non succede nulla, se non la vita stessa? C’è una scena in cui il responsabile di alcune pagine culturali domanda a Jonathan: «Ok, ma succede qualcosa nel libro?». È una domanda che sento anch’io in libreria, quando propongo storie lontane da una trama definita. Per me queste pagine contengono mondi: sono il luogo in cui salvare qualcosa e custodire una storia.

Un libro intimo, inquieto e così umano, che parla d’amore, di cura, della famiglia che scegliamo e di quanto possa diventare enorme una creatura che abbiamo scelto di amare. by @wondergiu_
39
4 days ago
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Grá

In irlandese esiste una parola che contiene molto più di un semplice “amore”.

Grá è l’affetto profondo per qualcuno, ma anche il legame con un luogo, un ricordo, una passione, qualcosa che ha lasciato un segno dentro di noi.
È quel legame difficile da spiegare quando sentiamo di appartenere a qualcosa. Quando una persona, un momento o un pezzo della nostra vita diventano parte di noi.

Sentirsi connessi.
Questo.
Che tutto ciò che amiamo non deve essere necessariamente posseduto.

Grá è un legame tenero e sincero con quello che conta davvero. by @wondergiu_
27
7 days ago
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Silenzi pieni di suoni

Di Pierangelo Consoli avevo amato molto Salvarsi la vita, che vi consiglio di recuperare. Per questo ero molto curioso di leggere il suo nuovo romanzo.

Silenzio. Un titolo che abbraccia tanti suoni.

«Presumere di poter definire ogni cosa è l’esercizio dei cretini.» Per me, una delle chiavi per entrare in questo libro, che sfugge continuamente alla necessità di spiegare e mettere ogni cosa al proprio posto.

Danilo arriva nella vita di un poeta anziano quando quella vita sembra aver trovato una forma definitiva. Il suo nome circola tra i papabili del Nobel, la figlia Claudia si occupa della sua opera e prepara il Meridiano che raccoglierà i suoi versi. Ma basta l’arrivo di un ragazzo perché qualcosa cominci a vacillare. All’inizio Danilo mi ha fatto pensare a Tadzio: anche qui un uomo ormai avanti negli anni incontra una presenza giovane capace di incrinare ciò che sembrava acquisito e riportare alla luce sentimenti assopiti. Ma il rimando si ferma lì. Danilo è un’apparizione, qualcuno su cui proiettare un desiderio, ma anche qualcuno con cui il poeta deve fare i conti.

E questo libro, a tratti, è proprio come Danilo: irradia l’odore del glicine in primavera. È pieno di poesia, nelle parole pensate e dette, ma anche in quelle sospese. Negli sguardi, nella luce di San Lorenzo, nelle foglie che non diventano parole e nei ricordi che tornano a vivere e diventano poesia nuova.

Il silenzio di Pierangelo Consoli è un silenzio denso. Dentro ci sono il corpo, il desiderio, la memoria, la vecchiaia, la solitudine. C’è tutto ciò che il poeta ha cercato per una vita di mettere in versi e che adesso la prosa gli restituisce in un’altra forma. Ho trovato qualcosa di profondamente teatrale, come un sipario che si alza e poi si richiude. E, in mezzo, una vita che sembra aver trovato la sua forma e viene invece rimessa in movimento.

Talvolta basta qualcuno che arrivi a ricordarci che la vita ricomincia proprio dove pensavamo di averla già messa a tacere.

Libro che mi ha emozionato molto, ve lo consiglio ☺️ by @wondergiu_
34
8 days ago
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Distacco

La consapevolezza porta con sé un dono incredibile: il distacco.
Quando smetti di dare peso a tutto e impari a lasciare andare ciò che prima sembrava avere il potere di ferirti: le invidie, gli inganni, i rancori, le ripicche. Quando impari a non chiederti più chi ha detto cosa, perché lo ha detto, a chi lo ha raccontato e quale verità possa esserci dietro una voce.

Quando capisci che il giudizio degli altri è una terra dalla quale non hai più bisogno di passare. Che puoi ascoltare parole, opinioni e interpretazioni senza fermarti a raccoglierle, lasciando che ognuno abbia la propria versione di te, mentre tu continui a conoscere la tua.
Lasci che ognuno pensi, dica, interpreti, racconti: lasci fluire.
Tu, intanto, continui a vivere. Vivi.

Il distacco è diverso dall’indifferenza. È smettere di spendere energie per ciò che non puoi controllare e conservarle per ciò che ami, per ciò che senti, per la vita che vuoi.

Sono più leggero, oggi. Ma questo non significa avere meno cose dentro.
Significa aver finalmente scelto chi e cosa portare con me. by @wondergiu_
68
10 days ago
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Se fosse

Clara e Francis si amano, ma il loro è un amore clandestino. Lui è sposato, ha una figlia e una vita dall’altra parte del mondo; lei ha il suo lavoro, un appartamento, la sua vita. Poi si ritrovano in una città misteriosa dove sembra possibile vivere finalmente il loro amore senza ostacoli: la città dell’impermanenza.
Una città fuori dal tempo, sempre luminosa, piena di ristoranti, vino, fiori, mercati, vestiti e libri. Un paradiso costruito esattamente sui loro desideri.

Francis e Clara. Ci sono solo loro, gli altri praticamente non esistono. E nella città c’è una regola precisa: non è consentito fare del male. Perché ogni ferita, lì, trova il modo di tornare. Ma niente viene davvero spiegato: la città, le sue regole, il motivo per cui esiste, quel senso di smarrimento a ogni risveglio. Anche la storia, a tratti, sembra non avere una vera trama.
Insomma, tanti elementi che avrebbero dovuto farmi non piacere questo libro.

E invece non riuscivo a staccarmi.
Ho capito che la città non vuole essere capita, ma letta come una metafora. È come se l’autrice avesse preso due persone che si desiderano proprio perché non possono appartenersi fino in fondo e avesse cancellato ogni ostacolo. Solo loro due e tutto quello che hanno sempre desiderato.

Ma cosa succede a un desiderio quando smette di essere un desiderio e diventa realtà?
Quanto di quello che desideriamo dipende dal fatto che non possiamo averlo completamente? Quanto amiamo una persona e quanto, invece, l’idea che ci siamo costruiti di quella persona? E se finalmente ottenessimo ciò che abbiamo desiderato, continueremmo a desiderarlo allo stesso modo?

Sono queste le domande che mi sono portato dietro leggendo Persempre. Mentre quella città apparentemente perfetta comincia a deteriorarsi, anche Francis e Clara sono costretti a guardare diversamente quello che credevano di volere.

Un romanzo sull’amore, più che sull’infedeltà; sul desiderio e sull’idealizzazione. Su quella distanza tra ciò che immaginiamo di volere e ciò che siamo davvero disposti a vivere quando finalmente lo abbiamo.

Cosa succede quando un desiderio diventa per sempre?
Ci avete mai pensato? by @wondergiu_
48
12 days ago
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Massaggio vocale

Lasciami dirti parole sottovoce,
come si sfiora una pelle
che ha bisogno di essere ascoltata.

Lascia che diventino melodia,
che scivolino sulle spalle,
si fermino un istante sul collo
e poi più giù,
là dove il corpo custodisce
le cose che non sa dire.

Le mani immobili.
Questa sera ti massaggio con la voce:
con un sussurro sulla nuca,
con una parola dietro l’orecchio,
con il tuo nome
scandito lentamente,
come se ogni sillaba
sapesse già dove posarsi.

E lascia che le parole
si facciano sempre più leggere,
fino quasi a non essere più parole,
ma il respiro di una carezza.

E se chiudi gli occhi,
non sentirai più
la differenza
tra una carezza
e una parola d’amore. by @wondergiu_
31
14 days ago
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Quello che non si dice

L’isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, è mare, vento, terra, silenzio. E distanza. Dal resto del mondo e, a volte, persino da se stessi. Finisce per diventare parte dei suoi personaggi.

Siamo negli anni Novanta, in una piccola comunità presbiteriana dove la fede e il giudizio degli altri sembrano stabilire confini difficili da oltrepassare. Al centro ci sono tre generazioni della stessa famiglia: Cal, appena tornato dalla terraferma, suo padre John e sua nonna Ella. Tre persone che si amano, si osservano, si fraintendono e custodiscono segreti.

Cal e John, padre e figlio, sono il cuore del romanzo. Entrambi desiderano qualcosa che non riescono a vivere fino in fondo, ma in modi completamente diversi. Il loro rapporto racconta quanto sia difficile raggiungersi, capirsi e aiutare chi amiamo ad accettare ciò che non riesce ancora a pronunciare.

L’autore presenta i suoi personaggi nella loro complessità. John può essere duro, persino violento, e allo stesso tempo capace di una tenerezza improvvisa. Cal cerca la propria libertà, ma non è sempre capace di vedere fino in fondo chi gli sta accanto. Ella, eccentrica e imprevedibile, porta in famiglia una libertà che gli altri sembrano aver dimenticato. Mi è piaciuta moltissimo.

E poi c’è l’isola. La sua bellezza aspra amplifica ogni cosa. Il gaelico, la religione, il lavoro, le pecore e il tweed costruiscono un mondo piccolo e apparentemente immobile, dove trovare uno spazio per essere se stessi diventa quasi impossibile. La geografia diventa una forma di solitudine.

Ho letto questo libro ripensando spesso alla mia infanzia, a quelle case dove ci si riuniva e dove si imparava presto che non tutto quello che si pensa si può dire. Credo sia per questo che l’ho sentito così vicino.

È una lettura a tratti dolorosa, con qualche momento esilarante, soprattutto nei dialoghi tra Cal e la nonna, ma mai priva di umanità. Sotto la fede, la vergogna e il dovere, sopravvive il bisogno di essere visti per quello che siamo da chi amiamo.

Perché è difficile essere se stessi, ma è difficile anche riconoscere davvero gli altri, pur quando pensiamo di conoscerli da sempre. by @wondergiu_
42
16 days ago
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Vita lenta

È diventata quasi un manifesto, una filosofia da fotografare: il mare davanti, una casa bianca, un libro aperto, quella voglia di dire di aver capito qualcosa della vita e sentirsi, almeno per un momento, dentro una vita diversa.

Per me, invece, lentamente, oggi è quasi uno stato fisico. Mentale. Sociale. Aggiungerei anche vitale.
Lavoro da quando avevo quattordici anni, e dai diciotto con continuità. Ho conosciuto luoghi e mestieri, incontrato persone, cambiato abitudini, sentimenti. Ho corso molto, riempiendo il tempo fino a non sentirlo più. C’era sempre qualcosa da fare, qualcuno da raggiungere, un posto dove arrivare, un obiettivo da spuntare. In questa corsa ho imparato a stare in piedi e a ricominciare, perché per molto tempo mi è sembrato che l’importante fosse andare.

Ho vissuto molto. Ho cercato il rumore e la notte, ho esagerato, bevuto, amato, perso, viaggiato. Ho inseguito esperienze come se la vita fosse una stanza piena di porte e avessi paura di lasciarne qualcuna chiusa.

Ho sempre voglia di vedere posti nuovi, di perdermi e lasciarmi sorprendere dal mondo, senza però farmi guidare dalle mode o dalle esperienze obbligatorie. Non voglio trasformare il viaggio in una prestazione. Voglio andare dove mi portano curiosità e caso.

E la stessa cosa vale per tutto il resto. Non voglio più perdermi dietro alle cose, a quello che possiedo o potrei comprare, a ciò che sembra necessario soltanto perché lo dice qualcuno. Voglio avere meno cose intorno e più mondo dentro.

È il momento di fermarmi, di seguire l’incedere del tempo normale, quello che non produce niente e non porta necessariamente da qualche parte. Una mattina senza orologio, un pomeriggio che si allunga, il mare guardato finché mi va, un libro letto senza pensare a cosa ne scriverò.

Cos’è, per me, la vita lenta?
È viverla senza anticiparla.
Ora lo so. Ora sono pronto. 
Voglio questo.
Voglio lasciarmi cullare dal mare, dal vento, dalle ore che passano senza chiedermi niente, da una canzone che non so ancora quando comincerò a cantare.

Dopo avere rincorso a lungo la vita, è arrivato il momento di lasciarla venire verso di me.
E abbracciarla, senza averne più paura. taken in Isola Alicudi by @wondergiu_
46
18 days ago
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